ARAGOSTE E OVOCITI

Riportiamo un commento di Alfredo Mantovano alle due sentenze pubblicate qui. È uscito il 20 dicembre 2014 su Il Tempo.

Un ristoratore detiene nel frigo del proprio locale granchi, aragoste e astici vivi a temperature oscillanti fra 1.1° e 4.8°. Denunciato, è processato per maltrattamenti agli animali dal tribunale di Firenze, e condannato a 5.000 euro di ammenda e a 3.000 euro di risarcimento danni in favore della Lega antivivisezione, costituitasi parte civile. Nelle tre pagine di motivazione la sentenza spiega che sì, è vero, i crostacei si cucinano vivi; e però chiuderli in frigo a temperature prossime allo zero, e – per somma crudeltà – un’aragosta e un astice addirittura con le chele legate, significa tenerli “in condizioni contrarie alle loro caratteristiche etologiche, incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze” (sic). L’esemplare pronuncia è stata depositata il 14 luglio, ma se ne è avuta notizia solo due giorni fa; in contemporanea con l’annuncio della sentenza della Corte di Giustizia europea che autorizza la brevettabilità a fini commerciali di un ovocita umano non fecondato ma manipolato, cioè oggetto di una procedura biotecnologica che attiva la partenogenesi, al fine di “produrre” cellule staminali umani embrionali. Da un lato si tutela col brevetto la manipolazione a fini industriali del patrimonio genetico naturale dell’uomo; dall’altro si tutela con la sanzione penale la temperatura naturale dell’ambiente di vita di astici e aragoste. Quando ci si chiede perché la giustizia va male, riflettere sul diritto capovolto nel quale siamo immersi potrebbe essere un buon punto di partenza.