RIFLESSIONI SUL PROVVEDIMENTO DEL TRIBUNALE PER I MINORENNI DI ROMA DEL 30.07.2014 – ADOZIONE EX ART.44 LETTERA D DELLA FIGLIA BIOLOGICA DELLA CONVIVENTE OMOSESSUALE

Cristianità, organo ufficiale di Alleanza Cattolica, n. 377 del luglio-settembre 2015 ha pubblicato il seguente commento critico alla sentenza del Tribunale per i Minori di Roma del 30 giugno 2014, che ha ammesso la c.d. stepchild adoption, a firma dell’avv. Anna Maria Panfili. Poiché nella sentenza della Corte di appello di Roma-sez. minori, che ha confermato TM minori appena menzionata, non vi è nulla di differente quanto ad argomenti adoperati, riteniamo opportuno riproporre quel testo, che vale egualmente per la pronuncia del giudice dell’impugnazione. L’avv. Panfili è del foro di Genova ed è componente del Centro studi Livatino. *** 1. L’adozione “in casi particolari” può rappresentare uno strumento di elusione della legge n. 40/2004?   Il caso portato alla cognizione del Tribunale per i minorenni di Roma, deciso con la sentenza n. 299 del 30 luglio 2014, ha tratto origine dalla scelta della ricorrente e della sua compagna omosessuale, entrambe italiane, di realizzare all’estero un progetto che in Italia era ed è vietato dalla legge. Risulta, infatti, dalla narrativa in fatto del provvedimento che la donna ricorrente nel ricorso abbia dichiarato a) di avere intrapreso da anni una stabile relazione di convivenza con la madre biologica della minore oggetto della richiesta di adozione; b) di avere realizzato in Spagna il progetto di genitorialità condivisa ricorrendo alla fecondazione eterologa, per la quale la più giovane delle due (non la ricorrente) aveva potuto intraprendere una gravidanza e partorire la bambina; c) che la coppia omosessuale si è iscritta al registro comunale delle unioni civili del Comune di Roma e d) ha  contratto matrimonio omosessuale in Spagna. Come è noto, la sentenza...

CORTE DI APPELLO DI ROMA: LA SENTENZA CHE AMMETTE LA STEPCHILD ADOPTION

Pubblichiamo la discussa sentenza della Corte di appello di Roma-sezione Minori, andata in decisione il 20 ottobre 2015, depositata il 23 dicembre scorso, che ammette la c.s. stepchild adoption. Come già per la decisione sentenza del Tribunale per i Minori di Roma n. 299 del 30 giugno 2014, anche questa, che ne conferma il contenuto e con questo respinge il ricorso del pubblico ministero, è tecnicamente assai discutibile. Il nocciolo della decisione ruota attorno alla estensione da dare all’articolo 44 della legge sulle adozioni, la n. 184 del 1983, il quale stabilisce le eccezioni alla regola secondo cui i bambini possono essere adottati solo da un uomo e da una donna uniti in matrimonio. In particolare, la lettera d) di tale articolo permette l’adozione “quando vi sia la constatata impossibilità di un affidamento preadottivo”.   La lettera della norma e la sua interpretazione giurisprudenziale, ricordate pure in entrambe le pronunce, riferiscono questa “impossibilità” a una condizione di fatto, alla circostanza cioè che per il minore non si sia trovato alcun aspirante all’affidamento. Il TM prima e la Corte di appello di Roma poi ritengono invece che la “impossibilità” possa intendersi anche come “di diritto”: nel caso concreto era “impossibile” l’affidamento preadottivo della bambina perché la legge italiana lo permette solo a coppie coniugate, e quindi non alla convivente della madre biologica. Constatata l’“impossibilità” di diritto all’affidamento preadottivo, i giudici hanno poi ritenuto la “possibilità” dell’adozione da parte della donna. È veramente illogico: se il nostro ordinamento preclude l’affidamento preadottivo a persone non unite in matrimonio, vuol dire che chi non è sposato non è ammesso a svolgere nemmeno un periodo che è solo preparatorio...

LE SEZIONI UNITE SI PRONUNCIANO SUL DANNO DA NASCITA INDESIDERATA: UNA SENTENZA CON MOLTE LUCI E ALCUNE OMBRE

Pubblichiamo – per il rilievo della sentenza delle Sezioni unite della Corte di Cassazione sul risarcimento del danno in caso di nascita di bambino down – un nuovo commento, dopo quello del cons. Rocchi, in esclusiva per questo sito, a firma dell’avv. Nicola Galizia, componente del Centro studi Livatino.   *** Con la sentenza n. 25767/2015 la Suprema Corte è tornata, stavolta a Sezioni Unite, sul controverso tema del danno da nascita indesiderata. In questa sede ci si limiterà ad una prima lettura critica, finalizzata a presentare l’iter argomentativo della pronuncia e ad evidenziarne i punti di maggiore interesse, meritevoli di futuri approfondimenti.   1. Il fatto e i giudizi di merito Il giudizio de quo prendeva le mosse da un’azione risarcitoria, intentata da una coppia contro il ginecologo che aveva assistito la signora durante la gravidanza e contro la ASL. Denunciavano gli attori che il medico non avesse prontamente diagnosticato la sindrome di Down della figlia e che, pertanto, la donna non fosse stata messa nelle condizioni di poter praticare l’aborto c.d. terapeutico. Sia il giudice di primo grado che il giudice di appello respingevano le domande attoree. In particolare: 1) quanto alla posizione della madre, i giudici di merito affermavano che il risarcimento del danno non consegue automaticamente all’inadempimento dell’obbligo di esatta informazione a carico del sanitario su possibili malformazioni del nascituro, bensì è soggetto alla prova della sussistenza delle condizioni previste dall’art. 6, l. 194/1978. Ciò in quanto l’interruzione volontaria di gravidanza, nello spirito della legge 194/1978, è consentita per evitare un pericolo per la salute della gestante ed è subordinata a requisiti specifici – che la...

SE PER I GIUDICI L’ABORTO È SEMPRE UN DIRITTO

A primo commento della sentenza delle Sezioni unite della Corte di Cassazione sul risarcimento del danno in caso di nascita di bambino down, pubblichiamo un articolo di Giacomo Rocchi, uscito su La nuova bussola quotidiana. L’autore è consigliere alla 1^ sezione penale della Corte di Cassazione e componente del Centro studi Livatino. *** Le Sezioni Unite della Cassazione sono il massimo organo giurisprudenziale del nostro Paese: quando sorge una questione importante e discussa di interpretazione di una legge, questo organo superiore viene chiamato a dire l’ultima parola sull’effettivo contenuto della norma, su ciò che l’ordinamento giuridico prevede, vieta e permette. Nella causa decisa con la sentenza n. 25767 depositata ieri, i genitori di una bambina affetta da sindrome di Down avevano chiesto la condanna al risarcimento del danno dei sanitari e della struttura cui si erano rivolti, sostenendo che, dopo un esame con esito negativo eseguito al quarto mese di gravidanza per verificare se il feto fosse affetto da sindrome di Down, non erano seguiti altri approfondimenti benché i valori emersi non fossero corretti, cosicché la nascita non desiderata derivava da colpa dei medici. La domanda era stata presentata sia dalla madre per i danni che ella avrebbe subito, sia da entrambi i genitori a nome della figlia per quelli che la bambina avrebbe subito per il fatto di non essere stata abortita.  Le Sezioni Unite hanno respinto la domanda presentata a nome della bambina (sconfessando una precedente sentenza); hanno invece chiesto ulteriori approfondimenti con riferimento alla domanda di risarcimento dei danni presentata dalla madre. Ma una madre ha diritto al risarcimento del danno per la nascita indesiderata di un figlio con sindrome...

LA CORTE DI CASSAZIONE STABILISCE CHE I PRINCIPI FONDAMENTALI DEL DIRITTO DELL’UNIONE EUROPEA NON TROVANO APPLICAZIONE AL DI FUORI DELLE MATERIE ASSEGNATE DALLO STATO ALLA COMPETENZA SOVRANAZIONALE

Pubblichiamo una nota dell’avv. Francesco Farri, che riprende una importante decisione delle Sezioni unite della Cassazione, secondo la quale i principi fondamentali del diritto dell’Unione Europea (anche se contenuti  nella Carta di Nizza) non trovano alcuna applicazione al di fuori delle materie assegnate dallo Stato alla competenza sovranazionale. E’ un buon argomento (anche se riguarda altra materia) per denunciare la completa carenza di legittimazione giuridica e di effetti giuridici delle spinte provenienti dall’estero in materia di nozze gay. *** Con una recente sentenza in materia tributaria (n. 24823/2015, dep. 9 dicembre 2015), le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno avuto modo di prendere posizione in modo chiaro su un problema che attraversa trasversalmente tutto l’ordinamento, fissando un principio di portata generale particolarmente rilevante in materia di rapporti tra ordinamento nazionale e diritto europeo. Il Supremo Collegio ha, invero, chiarito espressamente che “i principi dell’ordinamento giuridico dell’Unione operano, infatti, in tutte le situazioni disciplinate dal diritto dell’Unione, ma (v. anche l’art. 5, par. 2, T.U.E.) non trovano applicazione al di fuori di esse. Coerentemente, in base alla previsione del relativo art. 5, par. 1, le disposizioni della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea si applicano agli Stati membri (a decorrere dall’1.12.2009) esclusivamente ai fini dell’attuazione del diritto dell’Unione, atteso che la Carta non estende l’ambito di applicazione del diritto dell’Unione al di là delle sue competenze, nè introduce competenze nuove o compiti nuovi per l’Unione, nè modifica le competenze e i compiti definiti nei Trattati  (C.G.  8.5.14,  in causa  C-483/12, Pelckmans; ord. 12.7.2012, in  causa C-466/11, Currà, sent.15.11.2011, in causa C-256/11, Dereci)“. Con parole chiare quanto mai prima, la Cassazione ha quindi escluso...

SENTENZA SUL RISARCIMENTO DEI DANNI PER LA NASCITA DI UN FIGLIO DOWN: COMMENTO DELL’AVVOCATO STEFANO NITOGLIA

Pubblichiamo una scheda di lettura redatta dall’avv. Stefano Nitoglia, del giro di Roma, sulla sentenza della Corte di Cassazione SS UU, in tema di risarcimento dei danni per la nascita di un figlio down. *** La Corte di Cassazione a sezioni unite civili, con sentenza n. 25767/15, giudicando in materia di responsabilità civile nei confronti di un primario di ginecologia e di altri, ha stabilito alcuni interessanti principi. Questo il fatto, in sommi capi: la signora B. aveva partorito in data 2 dicembre 1995 la figlia C., risultata affetta da sindrome di Down. Secondo la signora B., il primario inviava la paziente al parto, omettendo, colposamente, ulteriori approfondimenti, resi necessari dai valori non corretti risultanti dagli esami. Il primario negava la propria responsabilità. Il Tribunale di Lucca rigettava la domanda. La signora B. proponeva appello. La Corte d’appello di Firenze respingeva il gravame. Proponeva, quindi, ricorso per cassazione la signora B., che veniva assegnato alla terza sezione civile. Quest’ultima, ravvisando un contrasto di giurisprudenza nei precedenti arresti di legittimità, rimetteva la causa al primo presidente per l’eventuale assegnazione alle sezioni unite. Il primo presidente, assegnava, quindi il ricorso alle sezioni unite, le quali, con la sentenza sopra citata, stabilivano alcuni interessanti princìpi. In primis, si sostiene che la legge 22 maggio 1978, n. 194, che ha introdotto nel nostro ordinamento la possibilità legale di ricorrere all’aborto, non consente, in linea di principio, di ricorrere all’aborto come strumento di programmazione familiare, o mezzo di controllo delle nascite e, “a fortiori”, in funzione eugenica, come emerge dall’articolo 1 di detta legge. Il secondo punto della fattispecie legale all’esame delle sezioni unite, è...