DECISIONE DELLA CORTE EUROPEA PER I DIRITTI DELL’UOMO SUI MATRIMONI TRA PERSONE DELLO STESSO SESSO IN ITALIA: TESTO E COMMENTO

Testo della sentenza: CASE OF OLIARI AND OTHERS v. ITALY

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Commento di Domenico Airoma.

La Corte Europea per i diritti dell’uomo, quarta sezione, nella decisione del 21 luglio 2015, resa nella causa Oliari e altri c. Italia, ha ritenuto sussistente la violazione dell’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo con riferimento alla circostanza che la legislazione italiana non preveda alcun forma di riconoscimento delle unioni fra persone dello stesso sesso.

I giudici di Strasburgo, nel ripercorrere le precedenti sentenze emesse in materia, ribadiscono il presupposto dell’ampio margine di apprezzamento di cui godono i giudici nazionali in presenza di questioni moralmente e politicamente sensibili, come nel caso del riconoscimento delle unioni omosessuali.

“[…] 162. Gli Stati godono di un certo margine di apprezzamento nell’adempiere i loro obblighi positivi ai sensi dell’Articolo 8. Nel determinare l’ampiezza di quel margine devono prendere in considerazione alcuni fattori. Nel contesto della vita privata la Corte ha considerato che laddove sia in gioco un aspetto particolarmente importante per l’esistenza e/o l’identità di un individuo il margine concesso allo Stato sia ristretto (v. ad es. X and Y, cit., §§24 e 27; Christine Goodwin, cit., § 90; v. anche Pretty v. the United Kingdom, no. 2346/02, § 71, ECHR 2002-III).

Tuttavia, laddove non vi sia un consensus all’interno degli Stati membri del Consiglio d’Europa, o quanto all’importanza relativa degli interessi in gioco, o quanto ai mezzi migliori di proteggerlo, in particolare dove il caso suscita questioni moralmente e politicamente sensibili, il margine è destinato ad essere più ampio (v. X, Y and Z v. the United Kingdom, 22 Aprile 1997, § 44, Reports 1997-II; Fretté v. France, no. 36515/97, § 41, ECHR 2002-I; e Christine Goodwin, cit., § 85). Solitamente vi è un margine ampio se si richiede allo Stato di trovare un punto di equilibrio tra interessi in conflitto, privati e pubblici o diritti derivanti dalla Convenzione, (v. Fretté, cit., § 42; Odièvre v. France[GC], no. 42326/98, §§44-49, ECHR 2003-III; Evans v. the United Kingdom[GC], no. 6339/05, §77, ECHR 2007-I; Dickson v. the United Kingdom [GC], no. 44362/04, §78, ECHR 2007-V; e S.H. and Others, cit., § 94). […]”

Con riferimento alla situazione italiana, la Corte censura la condotta del governo italiano che non avrebbe adeguatamente dimostrato la sussistenza di un interesse prevalente della comunità in senso contrario al riconoscimento delle unioni omosessuali; e ciò, nonostante dati statistici riferiti dall’ISTAT (riportati al par. 144 della sentenza, e che, tuttavia, riguardano essenzialmente l’opportunità di riconoscere ai conviventi omosessuali gli stessi diritti dei coniugi) e dall’ “ARCD” ( “Associazione Radicali Certi Diritti” ); e nonostante la giurisprudenza delle Corti superiori, con particolare riguardo a quanto statuito dalla Corte Costituzionale nella sentenza nr. 138 del 2010 (dove, però, è bene ricordarlo, i giudici ribadiscono che il matrimonio, secondo l’assetto costituzionale, è istituto che presuppone la differenza di sesso dei nubendi).

“[…] 179. Ritornando alla situazione in Italia, la Corte osserva che, se il Governo è usualmente nelle condizioni migliori per valutare gli interessi della comunità, nel caso presente il legislatore italiano non sembra avere dato particolare importanza alle indicazioni poste dalla comunità nazionale comprese la popolazione in generale e le più alte autorità giudiziarie in Italia.

180. La Corte nota che in Italia alla necessità di riconoscere e tutelare tale relazione è stato dato un alto profilo dalle supreme autorità giudiziarie inclusa la Corte costituzionale e la Corte di cassazione. Si fa in particolare riferimento alla sentenza della Corte costituzionale numero 138 del 2010 nella causa dei due primi ricorrenti, le conclusioni della quale furono ribadite in una serie di decisioni successive negli anni seguenti (v. alcuni esempi al paragrafo 45 supra). In tali casi la Corte Costituzionale ha ripetutamente ed esplicitamente invocato il riconoscimento giuridico dei diritti e dei doveri relativi alle coppie omosessuali (v., inter alia, il paragrafo 16 supra), una misura che potrebbe essere adottata solo dal Parlamento.

181. La Corte osserva che tale espressione riflette i sentimenti della maggioranza della popolazione italiana, come dimostrato da statistiche ufficiali (v. paragrafo 144 supra). Le statistiche prodotte indicano che c’è nella popolazione italiana un’accettazione da parte della gente comune delle coppie omosessuali come anche un appoggio popolare per il riconoscimento della loro tutela.

[…]

185. In conclusione, nell’assenza di un interesse prevalente della comunità allegato dal Governo italiano contro il quale equilibrare i fondamentali interessi dei ricorrenti sopra identificati, e alla luce delle conclusioni delle Corti nazionali sulla materia, che sono rimaste inascoltate, la Corte ritiene che il Governo italiano ha ecceduto il suo margine di apprezzamento ed ha mancato di adempiere il suo obbligo positivo di assicurare che ai ricorrenti fosse disponibile uno specifico quadro legale che prevedesse il riconoscimento per la tutela delle loro unioni omosessuali.

[…]”

Le conclusioni alle quali giungono i giudici di Strasburgo appaiono prive di fondamento sia quanto alla ricostruzione dei fatti ritenuti rilevanti ai fini del giudizio, sia quanto all’applicazione degli stessi principi elaborati dalla Corte in tema di tutela delle convivenze fra persone dello stesso sesso.

“Da mihi factum, dabo tibi ius”: questa è la regola aurea rispetto alla quale nessun giudice dovrebbe derogare.

Nel caso Oliari contro Italia, la Corte di Strasburgo si è attribuito, invece, il compito di stabilire, essa stessa, quali sono i fatti e di assegnare agli stessi un determinato ed univoco significato ai fini dell’applicazione dei principi in tema di tutela delle convivenze omosessuali.

Partiamo dal thema decidendum, per come chiarito dalla stessa Corte.

Al paragrafo 177, i giudici avvertono che la sola questione che sono chiamati ad affrontare è quella relativa all’ “esigenza di carattere generale di un riconoscimento legale e della tutela dei ricorrenti in quanto coppie dello stesso sesso” ( “the instant case concerns solely the general need for legal recognition and the core protection of the applicants as same-sex couples”)

Orbene, i dati fattuali che si considerano rilevanti, per stabilire se esista, nella comunità italiana, un orientamento maggioritario favorevole a tale riconoscimento, sono rappresentati dagli esiti di un’indagine dell’ISTAT, prodotti in giudizio da un associazione di parte, l’ARCD (“Associazione Radicali Certi Diritti” ).

Cosa dicono i risultati di tale indagine statistica?

I dati, così acquisiti, si limitano a riportare che la maggioranza degli intervistati pensa (proprio così: “pensa”) che le persone omosessuali siano tuttora esposte a condotte discriminatorie e ritiene giusto che i conviventi dello stesso sesso abbiano gli stessi diritti delle coppie eterosessuali.

Come si vede, nessun indagine statistica prodotta in giudizio (posto che una tale fonte possa essere ritenuta idonea a formulare un giudizio sull’orientamento di un’intera comunità nazionale), fornisce informazioni rilevanti in relazione a quella che la stessa Corte individua come il thema decidendum, e cioè, si ripete, la necessità di un riconoscimento legale delle coppie di persone dello stesso sesso.

Non solo; in questa manipolazione poco obiettiva dei fatti, la Corte giunge a non attribuire alcun rilievo al dato, questo sì oggettivo, rappresentato dal fatto che il diritto vivente italiano riconosce già ai conviventi omosessuali gli stessi diritti attribuiti ai coniugi uniti in matrimonio, eccetto tre: reversibilità del trattamento pensionistico, diritto alla quota di legittima in sede di successione ereditaria e adozione. Diritti, questi ultimi, in ordine ai quali la stragrande maggioranza degli italiani è fieramente contraria ad ogni riconoscimento in capo alle coppie omosessuali, come attestato da ogni indagine statistica al riguardo.

Una volta “ricostruiti” i fatti in tal modo, la Corte passa a valutare se può dirsi giustificato il richiamo al margine di apprezzamento riservato al giudice nazionale.

La conclusione, a questo punto, non può che essere scontata, anche perché i giudici ritengono di ergersi a interpreti dei  “sentimenti della maggioranza della popolazione italiana” (paragrafo nr. 181), meglio e più dello stesso governo nazionale democraticamente eletto.

Ma, ancora una volta, la Corte si spinge molto più in là, ritenendo di immedesimarsi a tal punto nelle menti e nei cuori degli italiani da poter e dover concludere che una disciplina delle coppie omosessuali, rispettosa dell’art. 8 della CEDU, debba prevedere necessariamente una forma di riconoscimento legale dell’unione omosessuale in quanto tale, al di là del riconoscimento dei diritti dei conviventi.

In tal modo, i giudici, nel sindacare il margine di apprezzamento del legislatore nazionale, finiscono con il valicare, in modo tanto evidente quanto pericoloso, i confini delle proprie stesse prerogative, per come definiti nelle sentenze precedenti della Corte.

Ed infatti, la Corte di Strasburgo ha costantemente statuito che spetta al legislatore nazionale stabilire la forma di tutela delle coppie dello stesso sesso e che tale tutela non prevede necessariamente il ricorso al matrimonio, istituto che legittimamente può essere riservato alle coppie eterosessuali, senza per questo incorrere in alcun trattamento discriminatorio.

Se, però, come nel caso Oliari contro Italia, si giunge a stabilire che la forma di tutela deve passare necessariamente attraverso l’introduzione di un istituto giuridico che riconosca le unioni omosessuali in quanto tali, siamo dinanzi ad un surrettizio tentativo di modifica della carta costituzionale italiana.

È ciò perché è la stessa Corte di Strasburgo ad aver statuito che, quando il legislatore nazionale utilizza la propria sovrana discrezionalità, introducendo per le coppie omosessuali un istituto sostanzialmente analogo al matrimonio, pur chiamandolo diversamente (come nel caso delle unioni civili), escludere tali coppie da taluni diritti (per esempio, il diritto ad adottare) costituisce discriminazione in ragione dell’orientamento sessuale.

In definitiva, siamo dinanzi ad uno stravolgimento dei fatti, cui si vuole far conseguire uno stravolgimento dei principi consacrati nella Carta Costituzionale italiana e che la Corte Costituzionale ha ribadito essere intangibili (da ultimo, nella sentenza nr. 138 del 2010, che pure è ben presente alla Corte di Strasburgo).

Dinanzi ad una tale manovra, è auspicabile che reagisca il governo nazionale, impugnando la sentenza Oliari, ed insorgano tutti quei giuristi che non intendono piegarsi alla dittatura del pensiero unico dominante ma non maggioritario.