DIFENDERE LA FAMIGLIA PER DIFENDERE LA COMUNITÀ: L’INTERVENTO DI MASSIMO INTROVIGNE

convegno_17 gennaio 2015

Intervento di Massimo Introvigne, presidente del comitato Sì alla famiglia e reggente nazionale vicario di Alleanza Cattolica, al convegno Difendere la Famiglia per difendere la Comunità, promosso e organizzato dalla Regione Lombardia. Milano, 17 gennaio 2015

 

Intervento di Massimo Introvigne, presidente del comitato Sì alla famiglia e reggente nazionale vicario di Alleanza Cattolica, al convegno Difendere la Famiglia per difendere la Comunità, promosso e organizzato dalla Regione Lombardia. Milano, 17 gennaio 2015

 

Buon pomeriggio dai mostri di Milano.

Grazie alla Regione Lombardia per avere promosso e organizzato questa iniziativa, e ancora di più per avere tenuto duro di fronte a una colossale mistificazione che ha trasformato un convegno sulla famiglia in una sorta di clinica degli orrori dove si accusano gli omosessuali di essere malati e se ne organizza a forza la cura. Ma grazie anche ai mistificatori. Temevo di trovarmi di fronte a un convegno sulla famiglia come se fanno tanti, forse anche un po’ noioso, e – da sociologo – mi si offre invece un’occasione straordinaria per studiare quello che ho sempre studiato, i panici morali alimentati dalla diffusione di notizie false.

Il pubblico però è qui per sentir parlare del tema del convegno, cioè della famiglia. Lo introduco proponendo quattro tesi.

La prima è che la famiglia non è solo – come ha detto Papa Francesco – «il motore del mondo e della storia» ma è anche, forse più modestamente, l’ancora di salvezza dell’Italia. Le statistiche sul nostro Paese sono terrificanti. Siamo ai primi posti tra i Paesi industrializzati nelle classifiche sul debito pubblico, sulla corruzione, sull’inefficienza della pubblica amministrazione, sui ritardi burocratici, sul cattivo funzionamento della scuola. Nonostante tutto questo, il nostro tenore di vita e la nostra economia, pure aggredite dalla crisi, rimangono tra le prime dieci al mondo. Com’è possibile questo? È la nostra fortuna, il famoso stellone d’Italia? No, c’è una spiegazione. Finora ci ha salvato la famiglia. Il debito pubblico mostruoso è stato compensato dal credito privato, cioè dal risparmio di tante famiglie, e la famiglia si è fatta carico delle inefficienze dello Stato, tanto spesso assistendo in casa i suoi anziani e curando i suoi malati. In Italia non abbiamo né oro né argento, ma abbiamo l’oro del XXI secolo che non è il petrolio, ma la famiglia: non l’oro nero, ma l’oro blu, blu come i nostri cieli e i nostri mari e blu, per i cattolici, come il manto della Madonna Regina della Famiglia.

La seconda tesi – cito ancora Papa Francesco, nel suo discorso al Movimento di Schoenstatt – è che oggi la famiglia è “bastonata da tutte le parti”. Anche qui non cedo alla tentazione professionale di proporvi delle statistiche, ma vi assicuro che fanno paura. Anche a Milano e in Lombardia, come in tutta Italia, diminuiscono a vista d’occhio i matrimoni, aumentano i divorzi, e quello della denatalità, con l’Italia fanalino di coda del mondo per numero di figli per donna, è ormai un dramma che giustifica la definizione di san Giovanni Paolo II, «suicidio demografico». Non è solo un problema morale, è il problema centrale della politica e dell’economia. Meno figli oggi significa domani meno produttori, meno consumatori, meno contributori per pagare le pensioni degli anziani, se non vogliamo ammazzarli tutti con l’eutanasia. E meno matrimoni significa meno figli. Trovo spesso, quando espongo questa tesi, chi alza la mano per comunicarmi che una donna non sposata ha la stessa capacità di fare figli di una donna sposata. Ringrazio sempre l’interlocutore per la rivelazione: se non me lo avesse detto lui, non lo avrei mai sospettato. Però questa è una verità da ginecologi. I sociologi hanno invece anche loro una rivelazione da fare: le donne sposate fanno più figli di quelle non sposate. Negli Stati Uniti il governo tiene serie statistiche da cento anni, e il dato è fra i più sicuri che conosca. Non perché siano fatte diversamente dalle donne non sposate, ma perché la stabilità del matrimonio aiuta a resistere alle sirene del «non conviene fare figli» e dell’aborto.

Terza tesi. La famiglia non si bastona da sola. C’è qualcuno che la aggredisce. Qui fuori stanno manifestando per assicurarci che il primo nemico della famiglia non sono i gay. Sono d’accordo anch’io. È il fisco. La Banca Mondiale ci informa che le famiglie italiane – calcolando tutte le forme di imposte dirette e indirette – hanno pagato in media negli ultimi cinque anni al fisco il 67% del loro reddito, contro il 46% degli Stati Uniti e della Germania e il 25% della Svizzera. Il nostro fisco è quello meno a misura di famiglia di tutta l’Europa Occidentale. Non vinciamo più i campionati del mondo di calcio, ma quelli per il fisco più vorace è più ostile alle famiglie sì.

Quarta tesi. Il 12 gennaio il Papa ha ricevuto il Corpo Diplomatico e ha denunciato le «legislazioni che privilegiano diverse forme di convivenza piuttosto che sostenere adeguatamente la famiglia per il bene di tutta la società». Lo stesso Papa Francesco l’11 aprile 2014, ricevendo l’Ufficio Internazionale Cattolico dell’Infanzia, ha affermato che «occorre ribadire il diritto dei bambini a crescere in una famiglia, con un papà e una mamma capaci di creare un ambiente idoneo al loro sviluppo e alla loro maturazione affettiva. Continuando a maturare in relazione alla mascolinità e alla femminilità di un padre e di una madre». Si dirà che sono citazioni del Papa: che c’entrano con lo Stato o la regione che sono laici? Ma sono citazioni del buon senso, che non è né laico né cattolico né buddhista.

So che questo è il tema più controverso. Ne dirò tre cose.

Primo: non so voi, ma io mi identifico con la famosa battuta dello stesso Papa Francesco, «chi sono io per giudicare le persone omosessuali?». Come cattolico so che le persone non vanno mai giudicate in quanto persone. Abbiamo spiegato fino alla noia che l’omosessualità in quanto tale non è mai stata e non è il tema del convegno, ma – come si dice – mi è gradita l’occasione di dire che non considero l’omosessualità una malattia. Ne avessi avuto bisogno, questa tesi me l’hanno insegnata, per il poco che conosco la loro associazione, gli amici di Obiettivo Chaire e anche un medico straordinario e indimenticabile, un amico che non c’è più, il dottor Bruto Bruti, che ha fatto tanto per spiegare i problemi dell’omosessualità all’interno della mia associazione, Alleanza Cattolica. Qualche mese fa, intervistata da me per un quotidiano, un’esponente di Obiettivo Chaire ha dichiarato di considerare «ridicola» la tesi che equipara l’omosessualità a una malattia. Bruti scriveva nel libro che ci ha lasciato in preziosa eredità: «l’orientamento omosessuale non è dovuto a una malattia fisica, né mentale». Se poi invece si vuole impedire a quella frazione di omosessuali che si sentono a disagio con la loro omosessualità di rivolgersi a Obiettivo Chaire per un accompagnamento pastorale e spirituale allora sì, c’è in giro una malattia, ma non è né l’omosessualità né l’omofobia, è una vecchia malattia e si chiama totalitarismo, dittatura del pensiero unico, negazione della libertà religiosa.

Secondo: chi sono io per giudicare le persone omosessuali? Ma chi sono io per non giudicare le leggi, venendo meno al mio dovere di cristiano e di cittadino? Non si manca di rispetto a nessuno se si ripete, con lo stesso Papa Francesco del «chi sono io per giudicare?» – non è un altro, non è un omonimo – che i bambini hanno diritto a crescere con un papà è una mamma.

Terzo: ma allora i conviventi sono figli di un dio minore? Nossignore. Il cartello di associazioni che rappresento, Sì alla famiglia, ha presentato mercoledì a Roma un disegno di legge in trentatré articoli. Un testo unico che mette insieme tutti i diritti di cui i conviventi già godono in Italia, coordinandoli con piccoli aggiustamenti ma senza introdurre nulla di nuovo rispetto alle leggi e alla giurisprudenza della Corte Costituzionale e della Cassazione. Sono elencati tutti i diritti dei conviventi relativi agli ospedali, alle carceri, ai contratti di locazione. Perfino i risarcimenti per le vittime della mafia defunte vanno al convivente, anche omosessuale. Ci sono già queste cose nelle leggi? Ci sono. Pochi le conoscono? È vero. Volete questi diritti – s’intende per tutte le convivenze stabili, perché non c’è nessuna ragione di discriminare chi convive con una persona di sesso diverso? Li vogliamo anche noi, ecco qui la nostra proposta di testo unico.

Se invece volete il «matrimonio» omosessuale, con le adozioni di bambini che avranno due mamme e due papà, anziché un papà e una mamma, allora non siamo d’accordo. Se volete impedirci di dirlo, introducendo nelle vostre leggi sull’omofobia norme non contro chi picchia le persone omosessuali – quelle sono sacrosante – ma contro chi organizza convegni come il nostro o ne sostiene le tesi, allora non siamo d’accordo e siamo tutti Sentinelle in piedi. Se volete chiamare «unioni civili» i matrimoni omosessuali non siamo d’accordo, e per questo noi parliamo di convivenze e non di unioni civili. Lo diciamo noi? No, lo dite voi, lo dice l’onorevole Scalfarotto intervistato da «Repubblica» il 16 ottobre 2014: «L’unione civile non è un matrimonio più basso, ma la stessa cosa. Con un altro nome per una questione di realpolitik».

Noi vogliamo riconoscere i diritti e i doveri che nascono dalla convivenze, nel rispetto delle persone conviventi omosessuali e non. Ma non vogliamo il «matrimonio» omosessuale con le adozioni, né sotto vero nome né sotto falso nome. Perché la compresenza di diversi tipi di matrimonio – ci sarebbe anche quello poligamo, praticato in Europa da tanti musulmani, ma ne parliamo un’altra volta – fa male al matrimonio. Perché parlare di famiglie e non di famiglia fa male alla famiglia. E chi fa male alla famiglia fa male alla società e fa male all’Italia, che è stata salvata dalla famiglia e sarà salvata solo dalla famiglia.

Ieri il Papa nelle Filippine ha denunciato le «colonizzazioni ideologiche che cercano di distruggere la famiglia» e che pretendono di «ridefinire la stessa istituzione del matrimonio mediante il relativismo». Ha anche esaltato una figura molto legata a Milano e alla Lombardia, il beato Paolo VI, che nella sua enciclica «Humanae vitae», da buon pastore, «allertò le sue pecore sui lupi in arrivo». Ora i lupi sono arrivati.

È sempre Papa Francesco, ma non quello dei giornali: quello vero. Che dalle Filippine ci manda una cartolina, ci lancia un appello. Ascoltiamolo: «Proclamate la bellezza e la verità del matrimonio cristiano ad una società che è tentata da modi confusi di vedere la sessualità, il matrimonio e la famiglia. Come sapete queste realtà sono sempre più sotto l’attacco di forze potenti che minacciano di sfigurare il piano creativo di Dio e di tradire i veri valori che hanno ispirato e dato forma a quanto di bello c’è nella vostra cultura». Questo convegno vuole parlare esattamente di queste cose. Sì alla famiglia!