FAMILY DAY SIA SOLO UN INIZIO

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Articolo di Alfredo Mantovano apparso il 25 gennaio 2016 su Tempi.

Per il governo e il parlamento sarà impossibile ignorare la festa di popolo che sabato 30 vedrà riunite a Roma le famiglie italiane. Perfino i media più spinti nel sostegno al matrimonio fra persone dello stesso sesso, con annesse adozioni e utero in affitto, mettono in conto che il primo probabile effetto del successo della manifestazione sarà lo slittamento del ddl Cirinnà a data da destinarsi. Se finora per taluni rappresentanti delle istituzioni non hanno avuto peso le considerazioni di merito, prevarrà il timore di perdere una fetta così significativa di elettorato, trascurato perché non conosciuto a sufficienza. È il caso di avere piena consapevolezza che il 30 gennaio non è – come non lo è stato il 20 giugno 2015 – un punto di arrivo, bensì un punto di partenza: entusiasmante, perché fondato su una partecipazione amplissima e perché darà un risultato concreto, insperato anche solo un anno fa, e quindi tale da dare la carica giusta. L’errore più grave dopo il 30 sarebbe acquietarsi e pensare che sia finita.

Non sarà finita in parlamento. Ci riproveranno: non subito. Magari in modo subdolo, inserendo disposizioni poco decifrabili in qualche legge di ratifica di accordo internazionale o di recepimento di atti dell’Unione Europea, come è già avvenuto per il gender. Per questo sarà necessario mantenere vivo il raccordo con i parlamentari (inizialmente pochi, ora molto più numerosi) che hanno mantenuto la posizione, per bloccare colpi di mano.

Non sarà finita nelle scuole. Dopo il 20 giugno qualcosa è cambiato, soprattutto negli orientamenti del Miur; non è però scomparso il tentativo di inserire ovunque possibile corsi, spesso sostenuti con fondi comunitari e quindi appetibili, che col pretesto di contrastare il bullismo diffondono l’ideologia del gender, in partnership con associazioni Lgbt. Genitori e docenti devono avere chiaro che dipende anche da loro se quella imposizione ideologica sarà tenuta fuori dalle aule italiane: interessandosi di più di quello che accade durante le lezioni e nelle ore extracurricolari; parlandosi di più fra insegnanti, padri e madri; candidandosi ai consigli di classe e di istituto; esigendo il consenso scritto per qualsiasi novità da introdurre.

Non sarà finita sui media. Per i quali vale una logica di consenso analoga a quella della rappresentanza politica: continui sulla tua testata a fare propaganda e a impedire un confronto civile fra differenti posizioni? E io non ti seguo e non ti acquisto più, magari dopo averti manifestato il dissenso. Poiché il clima di intolleranza antifamiglia proseguirà, conviene moltiplicare conferenze e convegni che in tutta Italia sono già tanti su questi temi: finora sono stati occasione di chiarimento e di consapevolezza.

Non sarà finita nelle aule giudiziarie, dalle quali sono spesso intervenute pronunce-battistrada di norme sbagliate. Stepchild adoption o utero in affitto sono già una realtà non per legge ma per sentenza. Il terreno giurisdizionale merita approfondimento culturale, dedizione e coraggio da parte degli operatori del diritto. Molti di loro hanno, per la prima volta, sottoscritto in questi giorni un appello critico verso il ddl Cirinnà promosso dal Centro studi Livatino: è un buon segno e indice di non rassegnazione, cui devono seguire continuità e sistematicità.

Soprattutto, dopo il 30 sarà necessario che le famiglie italiane pongano in termini di priorità il tema famiglia, a ciascuno dei livelli appena elencati, non solo per rispondere a un’aggressione. Significa uscire dalla logica dell’emergenza e giocare in attacco; nella vita di ogni comunità familiare c’è la cura per mettere in sicurezza l’abitazione e proteggerla da intrusioni indesiderate. Ma poi non si vive di porte blindate. Rendere meno difficile la vita quotidiana delle famiglie passa da una minore oppressività fiscale, da un favore reale per le nuove nascite, dalla scelta della scuola più coerente col proprio indirizzo educativo. Dopo il 30 gennaio, abbassata la saracinesca sul ddl Cirinnà, si ricomincia da qui: non in pochi intimi, ma con l’Italia di piazza San Giovanni e del Circo Massimo.