LE UNIONI GAY PORTANO DRITTE ALL’UTERO IN AFFITTO

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Articolo di Alfredo Mantovano apparso l’8 dicembre 2015 su La nuova Bussola Quotidiana, quotidiano online.

Se non ora quando libere, movimento di donne definibile femminista, certamente non collocato a destra né su posizioni confessionali, pubblica un appello critico verso l’utero in affitto. L’appello reca le firme di personaggi dello spettacolo e della cultura, di intellettuali come Dacia Maraini, Beppe Vacca, Giuseppe Caldarola, dell’ex presidente di Arci gay Aurelio Mancuso. In esso si può leggere: «noi rifiutiamo di considerare la maternità surrogata un atto di libertà e di amore. In Italia è vietata, ma nel mondo in cui viviamo l’altrove è qui: “committenti” italiani possono trovare in altri Paesi una donna che “porti’” un figlio per loro». 

Spiega la regista Cristina Comencini, una delle promotrici del movimento, che «concepire che il diritto ad avere un figlio possa portarti all’uso del corpo di donne che spesso non hanno i mezzi, che per questo vendono i loro bambini, riconduce la donna e la maternità a un rapporto non culturale, non profondo». Aggiunge la deputata Pd Fabrizia Giuliani: «il tempo della gestazione non è un tempo meccanico, quel bambino non è un oggetto, quella donna non è solo un corpo, perché il nostro corpo siamo noi». Nel contenuto dell’appello e nella modalità di presentazione da parte delle sue sostenitrici è più forte la preoccupazione “dal lato della donna”, con la sottolineatura della vendita del corpo e della nuova forma di schiavitù cui conduce l’utero in affitto, che quella “dal lato del bambino”: l’essere strappato poco dopo la nascita dalla madre che lo ha concepito, il disorientamento sulla propria identità, la mancanza di una delle due figure di genitori se viene affidato a una coppia dello stesso sesso. Chi lo ha firmato tiene a confermare il favore per il matrimonio e per l’adozione same sex. E tuttavia, proprio la circostanza di provenire da ambienti che hanno queste posizioni rende insospettabile l’allarme sui rischio della maternità surrogata.

Tempo qualche ora e partono le reazioni. Che sono di duplice tenore: i più convinti sostenitori del disegno di legge c.d. sulle unioni civili gridano all’attentato, le grandi testate giornalistiche vanno oltre e si spingono – cosa finora non accaduta – alla presentazione in termini positivi dell’esperienza dell’utero in affitto. L’onorevole Scalfarono lamenta «che il risultato politico di tutto questo è la messa in pericolo della legge sulle unioni civili. Perché senza la stepchild adoption (…) questa legge non passerà»; e su la Repubblica di domenica firma con la senatrice Cirinnà un intervento col quale assicurano che «vorremmo dare tutela legale a bambini che sono già nati e vivono in una famiglia omogenitoriale (…). Ribadiamo che la gestazione per altri era e resterà vietata, e nulla cambierà con l’approvazione del ddl». Sempre su la Repubblica, ma di lunedì, la stessa Cirinnà qualifica l’utero in affitto «termine orrendo, si chiama gestazione per altri, e soprattutto non è un tema in discussione in Italia» (è singolare che “orrendo” sia il “termine”, non la sostanza della messa in vendita del corpo di una donna). Con fatica si fa salva la buona fede delle promotrici di Senonoraquando ma non si risparmia loro l’imputazione di sabotare – oltre le intenzioni – l’approvazione del ddl unioni civili.

La virulenza delle reazioni fa porre una domanda: cari sostenitori del ddl Cirinnà, se – come dite voi – l’utero in affitto non c’entra nulla con la stepchild adoption, perché saltate in aria di fronte all’appello? Perché non accogliete gli emendamenti proposti al Senato da chi punta a rendere effettivo e serio il divieto di maternità surrogata? Processare Senonoraquando quali responsabili di mettere in forse l’approvazione della legge – al di là delle assicurazioni che voi date in senso contrario e delle posizioni delle stesse promotrici dell’appello – fa emergere la vostra consapevolezza del legame, se pur non diretto, esistente fra le due voci. Più volte la Corte costituzionale italiana e le due Corti europee hanno scritto che – salvi i diritti essenziali – ciascuno Stato ha piena autonomia nel normare i conviventi e i coniugi in modo distinto o eguale; se però un ordinamento di fatto parifica la disciplina delle convivenze a quelle delle coppie sposate, diventa discriminatorio escludere per le prime ciò che si prevede per le seconde.

Una volta approvato un regime di unioni civili sovrapponibile a quello del matrimonio, la stessa stepchild adoption domani sarà ritenuta discriminatoria: finora essa, nelle sentenze dei tribunali italiani che l’hanno riconosciuta, ha riguardato l’unione civile costituita da due donne; ma perché mai non dovrebbe interessare anche due uomini conviventi? E come realizzarla? Legittimando la coppia same sex alla domanda di adozione di figli estranei alla coppia; ovvero – ma non in alternativa – permettendo di “commissionare” i figli a una donna destinataria del seme di uno dei due o di entrambi. L’utero in affitto sarà lo sviluppo coerente del ddl. D’altronde, il testo consegnato all’Aula del Senato ha volutamente evitato di recepire gli emendamenti che impedivano di adoperare la stepchild adoption per giungere all’utero in affitto: perché non si è colta l’occasione per ristrutturare il divieto?

Non vale replicare che il divieto di utero in affitto è già contenuto all’articolo 12 della legge 40/2004: più d’una sentenza pronunciata di recente ha mostrato come il divieto previsto da quella norma sia aggirabile se l’utero è stato “affittato” fuori dai confini nazionali. Chi resiste a una riscrittura “rinforzata” di quella disposizione è ben consapevole che – in assenza di un divieto più serio – all’utero in affitto ci si arriva senza problemi con l’allargamento della stepchild adoption, o prima ancora con il consolidamento della giurisprudenza che comincia ad affermarsi.

In altre circostanza Scalfarono e Cirinnà hanno reso esplicito che il ddl unioni civili è un matrimonio gay con altro nome per ragioni di realpolitik (c’è solo da avere pazienza, e il nome seguirà presto la sostanza); non erano però mai stati espliciti sulla maternità surrogata. L’appello di Senonoraquando ha il merito di averli fatti uscire allo scoperto anche su questo. Tanto che da parte dei media è già scattato il piano B: non potendosi negare l’approdo all’utero in affitto, parliamo bene di quest’ultimo! Ed ecco fiorire servizi, accompagnati da foto e interviste, che descrivono quanto è bello e generoso – pur se con ticket di $ 20.000 per operazione – mettere il proprio corpo a disposizione di coppie, di diverso o dello stesso sesso. La guerra continua, sul piano politico e sul piano culturale. Ogni tanto, come per l’appello di cui si è detto finora, riserva la sorpresa di conferme inaspettate: è quel che accade quando non si perde completamente di vista la realtà.