NELLA SEDUTA DEL 10 MARZO 2014 IL SENATO RATIFICA LA CONVENZIONE DELL’AIA DEL 1996

Pubblichiamo il resoconto della seduta del 10 marzo 2015 del Senato di ratifica della Convenzione dell’Aja del 1996. La ratifica è “secca”, cioè senza norme di adeguamento al sistema italiano, e passa ora all’esame della Camera per l’approvazione definitiva. Secondo quanto emerge dalla discussione, il discusso istituto della “kafala”, contenuto nella Convenzione, non troverebbe immediata applicazione, in attesa di norme applicative più puntuali. Nel corso dei lavori più d’un senatore, da Malan a Sacconi a Giovanardi, ha fatto riferimento al parere che il Comitato per l’Islam italiano aveva reso sulla “kafala” il 14 luglio 2010: lo alleghiamo per avere piena contezza di ciò di cui si parla. Il Comitato per l’Islam italiano ha funzionato al Ministero dell’Interno negli anni 2010-11: era costituito per metà da musulmani residenti in Italia, provenienti da differenti comunità e da accademici ed esperti italiani. Era coordinato dal sottosegretario Mantovano e formalmente presieduto dal ministro dell’Interno Maroni. Il parere, come altri su altre voci elaborati dall’organismo, fu inviato ufficialmente al Parlamento perché il ddl di recepimento della Convenzione de L’Aja era stato presentato anche nella passata Legislatura. Quel parere non bocciava l’istituto, ma poneva dei paletti, per es. per scongiurare casi limite come le “spose bambine”.

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SENATO DELLA REPUBBLICA
—— XVII LEGISLATURA ——

406a SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO STENOGRAFICO

MARTEDÌ 10 MARZO 2015

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Seguito della discussione dei disegni di legge:

(1552) Ratifica ed esecuzione della Convenzione sulla competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l’esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure di protezione dei minori, fatta all’Aja il 19 ottobre 1996, nonché norme di adeguamento dell’ordinamento interno (Approvato dalla Camera dei deputati)

(572) DI BIAGIO ed altri. – Ratifica ed esecuzione della Convenzione concernente la competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l’esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure di protezione dei minori, conclusa all’Aja il 19 ottobre 1996

(Relazione orale) (ore 16,39)

Approvazione, con modificazioni, del disegno di legge n. 1552, con il seguente titolo: «Ratifica ed esecuzione della Convenzione sulla competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l’esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure di protezione dei minori, fatta all’Aja il 19 ottobre 1996»

Stralcio degli articoli da 4 a 12 e dell’articolo 14 (1552-bis)

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca il seguito della discussione dei disegni di legge nn. 1552, già approvato dalla Camera dei deputati, e 572.

Ricordo che nella seduta antimeridiana del 5 marzo le relatrici hanno svolto la relazione orale e ha avuto luogo la discussione generale.

MALAN (FI-PdL XVII). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MALAN (FI-PdL XVII). Signor Presidente, intervengo sull’ordine dei lavori. Desidero sollevare una questione molto delicata.

Al nostro esame – come lei ha detto – signor Presidente, abbiamo la Convenzione dell’Aja, che prevede l’introduzione nel diritto dei Paesi che ad essa aderiscono della kafala, un istituto di rito islamico.

Non parlerò del fatto che, durante le audizioni svolte in Commissione, tutti gli auditi hanno espresso forti perplessità su questo istituto, ma del fatto che oggi ho ricevuto – quindi non in tempo per poterlo usare nel corso della discussione generale che si è tenuta e chiusa giovedì scorso e tanto meno in Commissione – un estratto della relazione approvata dal Comitato per l’Islam italiano. Si tratta di un organismo del Governo italiano… (Brusio).

PRESIDENTE. Colleghi, è impensabile che addirittura nella fila a fianco e in quella dietro il senatore Malan si disturbi in questo modo.

MALAN (FI-PdL XVII). Facevo riferimento ad un estratto, di cui sono venuto in possesso solo questa mattina, della relazione approvata nel 2010 dal Comitato per l’Islam italiano. Detto Comitato non è un istituto privato, ma un organismo del Ministero dell’interno, e quindi pienamente governativo, che ha operato dal 2010 al 2011. Anche oggi esiste un organismo analogo, istituito però con principi lievemente diversi.

In questa relazione – peraltro ampiamente critica, e ricordo che di detto Comitato facevano parte rappresentanti di varie organizzazioni islamiche italiane, oltre a esponenti del Ministero dell’interno – è contenuta una frase – purtroppo ho solo un estratto, per cui non so se ce ne sono altre – che dice che il recepimento nel diritto italiano della kafala, seppure giudiziale, in cui risulti affidatario uno straniero, non garantisce un sufficiente controllo preventivo sull’effettiva rispondenza dell’affidamento agli interessi del minore, ad esempio – e qui il problema è notevole – per escludere che, attraverso la kafala, giungano in Italia spose bambine o minori destinati a costituire una precoce forza lavoro o comunque a condizioni di vita che non garantiscano il loro adeguato sviluppo. È peraltro evidente – continua l’estratto della relazione – che anche dal Paese di origine possono esserci gravi difficoltà a capire davvero quale sia la situazione del minore.

Spinto da ciò ho fatto una semplicissima ricerca sulla kafala, ma non nei siti in italiano bensì in inglese. Ebbene, la maggior parte delle volte in cui oggi viene menzionata la kafala è per evidenziare che, in diversi Paesi islamici, questo istituto è in discussione. Addirittura nel Bahrain è stato abolito, perché portava a situazioni assimilabili alla schiavitù delle persone adottate o meglio, non essendo un’adozione, delle persone affidate attraverso questo istituto.

Trattandosi di un documento ufficiale del Governo italiano, credo sarebbe opportuno prima avere la relazione integrale del Comitato per l’Islam in Italia, anche perché, se non ci si avvale di tali organismi in casi del genere, è inutile che esistano, e solo dopo proseguire la discussione. Sarebbe una soluzione equilibrata. Tra l’altro, il Senato dovrebbe essere in possesso di questo documento, perché il Comitato – come dovrebbero fare tutti gli organismi di questo genere, anche se generalmente non lo fanno – inviava le sue relazioni anche al Parlamento.

In sostanza, rischiamo di ratificare una norma che, secondo un organismo del Governo italiano, composto in gran parte da rappresentanti di comunità islamiche in Italia, non garantisce i minori e dunque può coprire, attraverso questo istituto, l’ingresso in Italia di spose bambine e di minori destinati allo sfruttamento.

Non credo si possa andare avanti senza avere maggiori spiegazioni e notizie su questo punto. Non si tratta, infatti, della mera ratifica di una convenzione internazionale come tante, quasi fosse un adempimento burocratico, bensì dell’introduzione di un istituto estremamente pericoloso che – ripeto – è stato abolito in Bahrein per i disastrosi risultati prodotti. In Qatar si ritiene che siano centinaia i lavoratori morti, portati lì in condizioni quasi di schiavitù a causa di questo istituto. Parlo di notizie internazionali che sono all’esame anche dei Governi del Qatar, dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi. Non possiamo essere più per il diritto islamico di quanto lo sia l’Arabia Saudita. Credo che la prudenza sia estremamente opportuna, trattandosi delle possibili condizioni di minori. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare la relatrice, senatrice Fattorini.

FATTORINI, relatrice. Il dibattito e l’ultimo intervento del senatore Malan hanno richiamato opportunamente in molti passaggi dubbi ed obiezioni sulla kafala. È una questione complicata e di difficile traduzione nell’ordinamento italiano. È la ragione – come abbiamo detto l’altra volta io e la senatrice Filippin – per cui ci limitiamo ora a votare la ratifica semplice della Convenzione, prendendoci più tempo per un’adeguata traduzione nel nostro ordinamento di questa complicata questione.

Nell’ultimo intervento sono state fatte estremizzazioni che ci devono non tanto allarmare ma portare a fare le opportune verifiche. La complessità di fondo, che abbiamo riscontrato anche l’altra volta e che ci ha portato appunto a prendere più tempo per trovare i termini adatti per la nostra giurisdizione, nasce da questa radice di fondo, ossia una sorta di atteggiamento proprietario che ha il mondo islamico sul piano dell’affidamento dei minori. In quella cultura e religione vi è l’impossibilità di avere un’adozione a tutti gli effetti definitiva, come è previsto nel nostro ordinamento, che è della civiltà occidentale e cristiana ed ha, come fondamento, la libertà di scelta. Nella nostra cultura si può scegliere di adottare un figlio liberamente, anche in assenza di legami di sangue. Nel mondo islamico è diverso, perché effettivamente in ogni momento si può rivendicare l’appropriazione e quindi, in questo senso, la proprietà. Ciò conferma quanto sia complicato, ma non impossibile, perché noi abbiamo una serie di contromisure di giurisdizione – di cui adesso ci parlerà in generale la collega Filippin sul piano strettamente giuridico – che ci consente di evitare forme estreme come la conversione forzata e la messa in servitù delle spose bambine. È evidente che dovremo trovare tutti i modi per evitare tutto questo.

Ciò serve a dire quanto siamo consapevoli della situazione.

PRESIDENTE. Relatrici, ho verificato l’ampiezza degli stralci proposti dalla Commissione e la cautela con cui si è affrontato l’argomento.

Ha facoltà di parlare la relatrice, senatrice Filippin.

FILIPPIN, relatrice. Chiediamo all’Aula di decidere se approvare o meno la proposta delle relatrici circa lo stralcio degli articoli. L’Aula, cioè, dovrà decidere se è condivisibile la proposta delle relatrici di prendere ulteriore tempo rispetto alla ratifica secca o semplice della Convenzione, proprio per studiare l’adeguato inserimento di istituti di diritto islamico nell’ambito delle nostre norme.

Tuttavia, a parziale rassicurazione di quanto ha appena detto il collega Malan, mi permetto di leggere l’articolo 22 della Convenzione: «La legge individuata dalle disposizioni del presente capitolo può non essere applicata solo se tale applicazione sia manifestamente contraria all’ordine pubblico, tenuto conto dell’interesse superiore del minore».

Che cosa significa? Significa che, poiché in Italia si applica comunque la legge italiana, non si può dar luogo ad applicazione di norme che siano in contrasto all’ordine pubblico, anche se procediamo con la ratifica secca o la ratifica semplice della Convenzione.

Cosa diversa è stabilire con quale istituto italiano, se affidamento od adozione, definiamo la situazione dei minori che vengono accolti nel nostro Paese con l’istituto della kafala.

PRESIDENTE. Mi pare che in tal senso ci sia anche un ordine del giorno a firma del senatore Giovanardi, di cui parleremo dopo.

Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

FERRI, sottosegretario di Stato per la giustizia. Signor Presidente, desidero effettuare alcune precisazioni.

In diversi interventi è stata evidenziata la necessità di ratificare questa Convenzione, che è del 1996, e per questo il Governo ha apprezzato la scelta fatta anche in Commissione di procedere ad una ratifica secca.

Voglio tuttavia evidenziare che l’istituto della kafala è previsto come forma di protezione del minore già nella Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 1989, all’articolo 20, Convenzione ratificata in Italia con la legge n. 176 del 1991. In sede di ratifica di quella Convenzione si era parlato di detto istituto e quindi, oggi, non aggiungiamo alcunché rispetto a quanto introdotto dal citato articolo 20.

Inoltre, è importante sottolineare che la Convenzione già prevede che provvedimenti di autorità straniere non siano riconosciuti in Italia se contrari all’ordine pubblico e, tra le ragioni di contrarietà all’ordine pubblico, vi è senza dubbio anche la coartazione religiosa.

Peraltro, in forza della Convenzione che andiamo a ratificare, si applica la legge del luogo di residenza del minore e, quindi, mai il giudice italiano potrà essere chiamato ad applicare l’istituto della kafala ad un minore che si trovi in Italia.

Le stesse sezioni unite della Cassazione più volte hanno invitato il legislatore a procedere a questa ratifica, proprio perché si è creato un vuoto normativo e per consentire di intervenire e distinguere tra affidamento ed adozione. È chiaro che la kafala è un istituto non previsto nel nostro ordinamento, che assomiglia all’istituto dell’affidamento.

Il Governo è disponibile a tenere conto di ulteriori miglioramenti emersi in sede emendativa e desidera sottolineare la necessità di arrivare, comunque, ad una approvazione di questa Convenzione, perché sicuramente è un passo in avanti, un atto necessario ed improcrastinabile che porta l’Italia ad adeguarsi dopo diversi anni.

CALIENDO (FI-PdL XVII). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CALIENDO (FI-PdL XVII). Signor Presidente, credo sia un obbligo per ciascuno di noi, prima di votare, valutare la relazione a cui ha fatto riferimento il senatore Malan.

PRESIDENTE. Alla proposta di sospensiva avanzata non intendo accedere, essendo stata su di essa espressa la contrarietà sia delle relatrici che del Governo. Esistono altri strumenti, se ritenete di doverli utilizzare, che non sono quelli della sospensiva.

CALIENDO (FI-PdL XVII). Signor Presidente, volevo solo rispondere, nel senso che non basta dire che vi è la regola dell’ordine pubblico.

Signor Sottosegretario e signore relatrici, l’ordine pubblico internazionale mi porta a dire da giudice, esaminando un provvedimento di kafala, che devo rendermi conto se quel provvedimento, per come è scritto, è contrario o meno all’ordine pubblico internazionale. Non lo è, perché formalmente – vi ha detto l’Osservatorio della Presidenza del Consiglio dei ministri – è un provvedimento corretto, dal punto di vista dell’utilizzazione, attraverso la kafala, della strumentalizzazione dei minori ai fini del lavoro.

Signor Sottosegretario, io sono stato uno di quelli che ha votato a favore della riduzione a tre articoli e ad espungere gli altri. Credo sia normale tornare in Commissione, per svolgere una valutazione seria. Tutti noi che abbiamo esperienza delle aule giudiziarie conosciamo la valutazione di quello che avremmo come documento, che consentirà di dire che quel minore ha avuto un’assistenza, ma poi di fatto, attraverso quella procedura, viene strumentalizzato per l’utilizzo sul lavoro oppure viene avviato al matrimonio da bambino.

Mi domando allora per quale motivo vi dovete opporre ad una valutazione corretta, che possa essere svolta in Commissione e non in Aula, tenendo conto di quanto ha detto il Presidente. Mi chiedo se non sia il caso di rinviare il provvedimento in Commissione per una valutazione di questo tipo, al fine di esprimere un voto che sia cosciente e coerente con gli accertamenti effettuati, e perché non ci sia quel pericolo segnalato dallo stesso organismo della Presidenza del Consiglio dei ministri.

Chiedo, pertanto, il rinvio del provvedimento in Commissione, signor Presidente.

PRESIDENTE. Ciò non è ammissibile in questa fase della discussione.

SACCONI (AP (NCD-UDC)). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

Senatore Sacconi, se è un intervento sull’ordine dei lavori, le do la parola. In caso contrario, quando entreremo nel merito dei vari passaggi, ciascuno esprimerà la propria posizione.

SACCONI (AP (NCD-UDC)). Signor Presidente, la mia richiesta è proprio in relazione all’ordine dei lavori, come peraltro implicitamente ha appena fatto il collega Caliendo, e come ha fatto prima di lui il collega Malan. Non voglio formalizzare una richiesta di rinvio del provvedimento in Commissione, ma voglio associarmi a coloro che hanno avanzato detta proposta, affinché il Governo rifletta su di essa, auspicando un suo accoglimento.

Mi ha fatto riflettere una considerazione svolta poco fa dal sottosegretario Ferri, quando ha ricordato la Convenzione delle Nazioni Unite del 1989. Nel 1989 c’era un altro mondo; nel 1989 eravamo molto diversi, così come lo eravamo negli anni Novanta, anni nei quali la gran parte degli altri Paesi europei ha recepito questa Convenzione. Come non porci, allora, il problema del suo ingresso in un tempo straordinariamente cambiato, in un contesto nel quale si pongono problemi dello stesso ordine pubblico, cui prima si è fatto riferimento, molto differenti, che possono essere interpretati e letti così diversamente da allora. È questo l’appello che rivolgo al Governo.

Mi chiedo se non sia auspicabile un breve passaggio in Commissione, per riflettere sul contesto e chiarire alcune modalità di recepimento successivo all’eventuale atto che noi qui compiamo, di recepimento cioè da parte delle nostre amministrazioni e dello Stato in tutte le sue articolazioni. Mi chiedo se, guardando a questi possibili atti di recepimento, non siano eventualmente necessari chiarimenti ulteriori e, perché no, anche l’accoglimento di ordini del giorno che costituiscano indirizzo nei confronti delle amministrazioni dello Stato.

PRESIDENTE. Senatore Sacconi, mi sembra di aver capito che, alla fine del percorso emendativo, ciò che residua è una ratifica secca, che demanda ad un’iniziativa legislativa successiva il riempimento di questo contenitore. Il dibattito, quindi, ha portato proprio allo stralcio di diversi articoli e a trasformare così il provvedimento in una ratifica tecnica del Trattato, senza esecuzione tecnica di alcunché.

Passiamo all’esame dell’ordine del giorno G.100, su cui invito le relatrici ed il rappresentante del Governo a pronunziarsi.

FILIPPIN, relatrice. Signor Presidente, esprimo parere contrario.

FERRI, sottosegretario di Stato per la giustizia. Esprimo un parere conforme.

PRESIDENTE. Senatrice Stefani, insiste per la votazione dell’ordine del giorno G100?

STEFANI (LN-Aut). Sì, signor Presidente, e chiedo che la votazione venga effettuata a scrutinio simultaneo mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori.

(La richiesta risulta appoggiata).

STEFANI (LN-Aut). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

STEFANI (LN-Aut). Signor Presidente, vorrei sollecitare i colleghi a leggere il testo, a prescindere del parere espresso dai relatori e dal Governo, su una tematica che credo possa assolutamente essere condivisa.

Si tratta di una problematica che riguarda tutto il mondo dell’infanzia, connessa ai flussi migratori. Ci sono minori totalmente sradicati dal loro ambiente naturale, che versano in condizioni di estrema povertà, diventando quindi facilmente preda di situazioni in cui vengono violati i diritti fondamentali, dallo sfruttamento del lavoro minorile all’accattonaggio, dallo sfruttamento sessuale all’utilizzo a fini di criminalità. Purtroppo l’Italia, per la sua posizione geopolitica, è ad oggi continuamente esposta a questo tipo di fenomeno migratorio. Ci troviamo ora di fronte ad una realtà che riguarda tutti i minori non accompagnati che, nel nostro Paese, sono numerosissimi. Dobbiamo cercare di evitare un approccio di tipo buonista ed essere, invece, capaci di assumerci delle responsabilità nei confronti del principio fondamentale della tutela dell’infanzia.

Secondo i dati forniti dal Ministero dell’interno, dal gennaio del 2014 i minori entrati in Italia sono stati 6.722, di cui 4.598 non accompagnati. Il quinto rapporto ANCI 2011-2012 sui minori stranieri non accompagnati rileva che il problema sta assumendo dimensioni emergenziali.

Pertanto, il Gruppo della Lega Nord voterà ovviamente a favore dell’ordine del giorno G100, sollecitando i colleghi a leggere correttamente il suo contenuto. Ciò che chiediamo è estremamente semplice, per certi versi, e proprio per questa semplicità ci sorprende che non sia stato adottato dal Governo. Vogliamo che il Governo promuova dei progetti di aiuto effettivo per le popolazioni del Sud del mondo, volti in primo luogo alla presa in carico dei minori e, in secondo luogo, ad adottare una politica di intervento comune, per contrastare i flussi migratori verso il nostro Paese, con particolare riguardo alla posizione dei minori stranieri non accompagnati. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

 

Ripresa della discussione dei disegni di legge nn.

1552 e 572 (ore 17,05)

MALAN (FI-PdL XVII). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MALAN (FI-PdL XVII). Signor Presidente, intervengo per dichiarare il voto favorevole all’ordine del giorno G100, sul quale non ho capito – forse mi è sfuggito – per quale ragione sia stato espresso un parere contrario. Mi riesce, infatti, difficile trovare qualcosa, in questo ordine del giorno, che non dovrebbe essere condiviso da tutti.

Il fatto di occuparsi di istituire un fondo per l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati dovrebbe andare d’accordo con le buone intenzioni che sono alla base dell’idea di approvare la Convenzione in esame. Il fatto che questo fondo non debba gravare sui Comuni mi sembra che dovrebbe interessare tutti. I Comuni si trovano ad essere vittime di decisioni delle quali non hanno alcuna voce in capitolo (né l’amministrazione del Comune, né tanto meno la popolazione di quel Comune). Può accadere infatti che, da un giorno all’altro, il prefetto li chiami per dire loro che devono prendere in carico una, dieci, cinquanta persone e, nel caso specifico, parliamo di minori (l’ordine del giorno si limita a parlare di minori). Ma questa è un’ulteriore difficoltà cui i Comuni devono fare fronte, rispetto a situazioni nelle quali non hanno alcuna voce in capitolo e neanche alcuna responsabilità, neppure indiretta. Non si tratta, infatti, di prendersi cura di minori in stato di abbandono di quel Comune, ma di minori che arrivano da chissà dove e che qualcuno, a livello governativo, decide che devono andare in quella realtà.

Quindi, non riesco francamente a capire la ragione per la quale dire di no a questo. Forse è perché si chiede il contrasto ai flussi migratori verso il nostro Paese, intendendo evidentemente i flussi migratori illegali. A qualcuno sfugge che testimonianze sempre più numerose ci dicono che le persone che arrivano direttamente sulle nostre coste (in casi sempre più rari) o che vengono raccolte in qualche modo da navi, che adesso sappiamo essere militari, all’epoca con l’operazione Mare nostrum e adesso con l’operazione Triton, non sono loro a volere ciò. Abbiamo notizie di persone che vengono fatte imbarcare a forza, sotto la minaccia delle armi, e questo è uno strumento sia di aggressione al nostro Paese, sia di arricchimento da parte dei criminali che gestiscono questo orrendo traffico, che è tranquillamente equiparabile al traffico degli schiavi che attraversava l’Atlantico fino al 1800.

Francamente spero che ci sia un ripensamento su questo ordine del giorno e anche sul provvedimento in generale, perché è vero che non ci sono le norme di adattamento al diritto interno, ma intanto lo ratifichiamo. Facciamo questo passo e, una volta ratificato, ci si verrà a dire che non si possono non adattare le norme del diritto interno ad un istituto che – lo ripeto – è stato abolito in alcuni Paesi islamici, mentre in altri se ne studia l’abolizione. Credo che una leggerezza di questo genere sia ingiustificabile e non capisco neanche perché dobbiamo a tutti i costi andare avanti oggi, come un rullo compressore: non conta valutare le ragioni, non conta prevenire le orribili conseguenze di cui ha parlato anche un membro del Governo, perché l’importante è approvare il provvedimento, anche se non si sa cosa esso contenga. Spero che, nel frattempo, almeno questo ordine del giorno venga approvato.

GIOVANARDI (AP (NCD-UDC)). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GIOVANARDI (AP (NCD-UDC)). Signor Presidente, molto semplicemente ci sono degli ordini del giorno che vengono presentati evidentemente per raccogliere il massimo consenso dell’Assemblea e per dare un contributo in positivo. Ci sono, invece, ordini del giorno – come quello che stiamo per votare – che evidentemente usano critiche molto accese nei confronti del Governo e della politica governativa per quanto riguarda l’immigrazione, quindi, per evidenti ragioni, non possono avere il voto favorevole dei Gruppi della maggioranza. (Applausi delle relatrici Fattorini e Filippin).

PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell’ordine del giorno G100, presentato dalla senatrice Stefani e da altri senatori.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

Comunico che sono pervenuti alla Presidenza – e sono in distribuzione – i pareri espressi dalla 1a e dalla 5a Commissione permanente sul disegno di legge in esame e sugli emendamenti, che verranno pubblicati in allegato al Resoconto della seduta odierna.

Passiamo all’esame degli articoli del disegno di legge n. 1552, nel testo proposto dalle Commissioni riunite.

Passiamo alla votazione dell’articolo 1.

GAETTI (M5S). Chiediamo che la votazione venga effettuata a scrutinio simultaneo mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori.

(La richiesta risulta appoggiata).

MALAN (FI-PdL XVII). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MALAN (FI-PdL XVII). Signor Presidente, intervengo per dichiarare il voto contrario a questo articolo, che autorizza il Presidente della Repubblica a ratificare questa Convenzione. Tale Convenzione – lo ripeto – accetta l’introduzione dell’istituto islamico della kafala nell’ordinamento degli Stati che la ratificano. È vero che noi oggi non stiamo introducendo norme che modificano il nostro ordinamento in modo da recepirlo, ma intanto stiamo ratificando la Convenzione. Pertanto, se non vogliamo fare una cosa assai poco seria, ossia ratificare la Convenzione con l’intenzione, poi, di non applicarla, credo che dovremmo ragionare un po’ più approfonditamente. Nel frattempo, si fa un passo avanti verso questo istituto.

Provo a dire qualcosa di più su questo istituto, che parte dal presupposto coranico che un bambino non possa essere adottato. I figli sono solo ed esclusivamente quelli che sono generati da un rapporto sessuale lecito (mi chiedo se si intenda, poi, anche recepire questo aspetto di questa concezione, che potrebbe anche rappresentare un primo passo, anche se conto che ciò non avvenga, perché dall’altra parte si va in direzioni estremamente opposte). Di conseguenza, non ci può essere una vera e propria adozione: il bambino di cui una famiglia, composta da uno o due genitori, si prende cura non è adottato, non entra a far parte della famiglia, con una serie di conseguenze.

I bambini che dovessero venire in Italia a seguito di questo istituto non sarebbero membri della famiglia che se ne prende cura, dunque non avrebbero alcun titolo, poi, per avere la cittadinanza italiana, perché si tratterebbe sostanzialmente di una procedura simile all’affidamento. Questi minori, pertanto, si verrebbero a trovare in una situazione estremamente anomala e di estrema debolezza.

Ci ricordiamo o non ci ricordiamo del fatto che molto sfruttamento della prostituzione nel nostro Paese avviene sfruttando la situazione di debolezza sociale e legale di persone, generalmente donne, che vengono portate in Italia dove, poi, qualcuno – ma violando la legge – si impadronisce del loro passaporto e le sfrutta?

In questo caso, addirittura, si determina una situazione per la quale siamo noi a dare in mano ad altri il passaporto di questi minorenni: ci saranno dei minorenni che verranno nel nostro Paese, soggetti all’autorità della loro famiglia (che spesso avrà un’interpretazione della disciplina familiare piuttosto rigida o un tantino diversa da quella che noi abbiamo generalmente), la cui sorte sarà nelle mani, a tutti gli effetti e legalmente, di persone che non sono i genitori.

Aggiungo un dettaglio: poiché questi bambini non sono membri della famiglia che se ne prende cura, non c’è alcuna proibizione ad avere rapporti sessuali con queste persone: non essendo membri delle famiglia, infatti, non è incesto. Per cui, noi crediamo che si tratti di un’adozione, quando invece si tratta di una specie di affidamento con la possibilità di fare qualsiasi cosa.

Se il Comitato per l’Islam italiano ha parlato del pericolo delle spose bambine – e ripeto, non si tratta di un comitato formato da chissà quali estremisti anti islamici, ma da esponenti delle comunità islamiche – ci sarà una ragione. Ci sono continue e numerosissime testimonianze su ciò che avviene in alcuni Paesi, in particolare in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti. C’è un documento, che si trova facilmente su Internet, che parla degli abusi cui sono sottoposte le domestiche portate in quel Paese attraverso questo istituto. L’unica accortezza che l’introduzione, attraverso questa Convenzione di questo istituto in Italia rispetto a quanto avviene in quei Paesi è che lì si può fare questo che di fatto è un contratto anche con dei maggiorenni, mentre qui si potrebbe fare solo con i minorenni (e direi che questo ci inquieta molto).

Ci sono molte persone del tutto benintenzionate che vogliono introdurre in Italia questo ordinamento, e ci sono già delle domande di molte persone residenti in Italia (alcuni sono cittadini e altri no), che hanno chiesto di poter portare in Italia, in nome di questo istituto, dei bambini. Queste persone si appelleranno immediatamente al fatto che noi oggi ratifichiamo questa Convenzione e ci sarà probabilmente qualche giudice che darà loro ragione. Peccato che né noi né il giudice che finirà per dare lo loro ragione possiamo sapere quali sono le reali intenzioni. Vi invito ad andare a leggere le testimonianze agghiaccianti che abbiamo: una per tutte, che riguarda gli Emirati Arabi Uniti, si intitola «Io ti ho comprata», che è la frase che viene ripetuta nei confronti delle ragazze che si ribellano ai tanti soprusi e abusi cui sono sottoposte. Proprio perché ci sono delle persone benintenzionate, queste saranno portate avanti, e accanto, o addirittura forse un passo avanti alle persone benintenzionate, ci saranno quelle che hanno ben altre intenzioni.

Francamente non vedo la fretta di procedere all’approvazione di questo provvedimento oggi. Eppure non mancano i provvedimenti alla nostra attenzione: ce ne sono tantissimi e sebbene il mio parere sul complesso di questi provvedimenti è tutt’altro che positivo comunque ci sono. Invece si vuole andare avanti con questo. Francamente credo che dovremmo rifletterci e chiedo a ciascuno di noi di farlo, perché importare in Italia lavoro minorile con un contratto capestro e correre il pericolo delle spose bambine direi che non corrisponde al nostro dovere di parlamentari. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).

CANDIANI (LN-Aut). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CANDIANI (LN-Aut). Signor Presidente, il Gruppo Lega Nord su questo articolo e sul provvedimento ha le idee molte chiare. Forse qualcuno però non si è accorto che questa ratifica è “appesa”, chiusa nei cassetti del Senato dal 1996, e siamo peraltro in prima lettura. Verrebbe da domandarsi allora: come mai tutti i Governi che si sono susseguiti nel tempo non hanno mai preso in esame tale ratifica? Come mai si arriva così, in maniera fulminea, molto veloce, durante questa legislatura e con questo Governo, alla ratifica?

Noi crediamo, signor Presidente, che un’infezione inizi da un piccolo punto e poi dilaghi in tutto il corpo. Quello a cui stiamo assistendo non è nient’altro che un meccanismo per inserire nel nostro sistema giuridico degli elementi che culturalmente non ci appartengono, ma che gradatamente ne possono modificare la stessa natura, snaturandolo.

Specifico meglio il punto cercando di essere più chiaro. Quando si fa riferimento a un’istituzione del diritto islamico come la kafala, che viene richiamata esplicitamente in questo provvedimento e i cui riferimenti saranno inseriti, se approvati, nel nostro ordinamento giuridico, si abiura non a un decennio, non a un secolo, ma a secoli di cultura giuridica e, ancora di più, a secoli di cultura che ci hanno reso oggi una civiltà libera, democratica, rispettosa dei diritti degli altri, di cui non siamo più consapevoli. Noi siamo invece consapevoli che oggi debba essere detto di no a questa ratifica, perché nel dimostrarci disponibili a modificare le nostre regole a vantaggio – diciamolo pure – di sistemi che nulla hanno a che fare con il nostro e che anzi, quando si esprimono, sono contrari alle nostre leggi e alle nostre regole di convivenza (penso al mondo femminile o a quello legato come in questo caso ai minori), se si dovesse dar seguito a ciò, in futuro fin dove si potrebbe arrivare, signor Sottosegretario? Da noi, l’istituto dell’adozione ha radici profonde e pertiene alla stessa Costituzione e alla stessa formula della famiglia; se dovessimo adottare questo provvedimento, sarebbero inseriti nel nostro ordinamento elementi che nulla hanno a che fare con una storia millenaria, ma che addirittura potrebbero mettere in soggezione o addirittura discriminare i minori nei loro diritti.

Signor Presidente, noi a questo siamo contrari, non siamo per nulla d’accordo e diciamo al resto del Senato di meditare, perché se anche i Governi che hanno preceduto questo Esecutivo non hanno provveduto alla ratifica e invece oggi, semplicemente perché bisogna mettere all’ordine del giorno del Senato qualcosa per riempire il vuoto dell’Aula, si arriverà a questa approvazione, il Governo avrà una responsabilità fortissima e voi con il vostro voto ancora di più: quella di aver snaturato gli stessi principi che stanno alla base delle adozioni, che per noi sono un valore aggiunto all’interno di una famiglia e che invece rischiano di diventare una mina all’interno del sistema giuridico che impianta la nostra cultura. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

GIOVANARDI (AP (NCD-UDC)). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GIOVANARDI (AP (NCD-UDC)). Signor Presidente, il momento parlamentare che stiamo vivendo non è facile, perché vengono portate delle obiezioni, come quella del collega Malan, provenienti direttamente da enti che hanno un contatto con il Governo e che hanno sottolineato in documenti ufficiali una serie di criticità che, per la verità, in sede di discussione generale non avevo presenti. Mi sembra però che in qualche modo siano sottostanti ad altri aspetti dell’introduzione della kafala nel nostro ordinamento per quanto riguarda i rapporti che potrebbero istituirsi tra le famiglie affidatarie e gli affidati nel momento dell’adozione; è stato citato il fenomeno delle spose bambine le quali, non sussistendo alcun rapporto di parentela con le famiglie affidatarie, potrebbero essere merce di un meccanismo infernale che gioca a loro sfavore.

Le obiezioni che sono state portate sono molto serie. Richiamo anche l’attenzione del Governo circa l’allarme contenuto in un documento citato dal senatore Malan e proveniente da un organismo governativo, o comunque che svolge a Palazzo Chigi una funzione consultiva con le comunità musulmane, da cui derivano segnalazioni sui rischi che corriamo nell’introdurre questo istituto nel nostro ordinamento. Pertanto, o quanto detto dal collega Malan non corrisponde a verità o, se lo è, naturalmente apre una serie di problemi, come quelli che avevamo introdotto nella discussione generale in merito ad altri aspetti; mi riferisco al problema della libertà religiosa, e all’obbligo della conversione all’Islam per le coppie affidatarie, pena la mancata consegna del bambino, con tutto ciò che ne consegue.

A questo proposito, sempre per via della dialettica e della giusta evoluzione che deve esserci in Parlamento, noi avevamo trasformato l’emendamento 3.103 nell’ordine del giorno G3.103 a garanzia sostanzialmente di un impegno del Governo a considerare, quando si arriverà (e tornerò tra un attimo su questo punto assolutamente importante in questo contesto) a introdurre e a rendere operativa la kafala nel nostro ordinamento in ogni caso contrari all’ordine pubblico i provvedimenti di assistenza legale tramite kafala o istituto analogo che risultino in contrasto con i principi di cui all’articolo 19 della nostra Costituzione. Non c’è solo un problema di ordine pubblico, ma c’è anche un problema specifico di libertà religiosa che la kafala, nell’ottica dei Paesi che la praticano, disconosce, obbligando anzi a una conversione coatta se si vuole l’affidamento di un bambino.

Richiamo dunque le relatrici, e desidero dal Governo adesso una risposta su questo ordine del giorno. Noi stiamo per votare l’articolo 1, che è quello fondamentale, ma vorrei una spiegazione anche su un’altra criticità relativa all’articolo 2, e la chiedo in sede di dichiarazione di voto.

Il principio è che noi abbiamo “asciugato” tutto e ci accingiamo a votare tre articoli che, semplicemente, introducono la kafala nel nostro ordinamento. Ma le modalità con le quali la kafala verrà poi gestita saranno demandate a un ulteriore e successivo disegno di legge, che stabilirà il come, il dove, il quando e la eventuale conformità o meno al nostro ordinamento.

L’articolo 2 di questo disegno di legge di ratifica, però, recita: «Piena ed intera esecuzione è data alla Convenzione, a decorrere dalla data della sua entrata in vigore, in conformità a quanto disposto dall’articolo 61, paragrafo 2, lettera a), della medesima». Quindi, quel disegno di legge futuro arriverà nel momento in cui il Capo dello Stato avrà firmato la ratifica della Convenzione e questa sarà esecutiva nel nostro Paese. Allora, ciò di cui parlava il collega Malan diventerà un diritto individuale, per chi vuole avere in affidamento un bambino, al fine di ottenerlo, dal momento che la Convenzione diventa già operativa nel nostro territorio.

Le cautele del disegno di legge, infatti, che avrebbero dovuto rassicurarci (ma noi abbiamo effettuato uno stralcio per le complicazioni che ne derivavano), viceversa, mi rassicurano poco. Leggo infatti che la Convenzione entra in vigore, che la kafala entra a far parte del nostro ordinamento, nonostante tutte le perplessità che abbiamo espresso, e che solo successivamente, con un disegno di legge, potremmo porre riparo o porre dei limiti in conformità della nostra Costituzione.

Chiedo innanzitutto al Governo di esprimersi sul mio ordine del giorno di tutela della libertà religiosa. E prima di votare l’articolo 1, dal momento che un Gruppo si assume delle responsabilità quando deve votare il recepimento, chiedo come si concili l’articolo 2 (cioè la piena ed intera esecuzione data alla Convenzione) con il fatto che approveremo una legge che la regolamenta solo successivamente, quando è già pienamente in vigore nel nostro Paese.

Quindi, prima di votare l’articolo 1, visto che siamo in Parlamento per questo motivo, vorremmo dei chiarimenti su aspetti emersi solo oggi in sede di discussione, ma che mi sembrano molto rilevanti rispetto al passo che il Parlamento si accinge a fare.

Ricordo poi che c’è anche la Camera dei deputati e, quindi, vi è un ulteriore passaggio parlamentare nel quale tali questioni potranno ulteriormente approfondite, relativamente agli aspetti che resteranno aperti. L’impressione, però, in questo momento, è che di questioni aperte ne rimangano troppe e che siano eccessive rispetto alle responsabilità che dovremmo assumerci.

FILIPPIN, relatrice. Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FILIPPIN, relatrice. Signor Presidente, devo confessare che assisto con un certo smarrimento alla discussione di questo pomeriggio. È come se la discussione svoltasi nella seduta antimeridiana di giovedì scorso non vi fosse stata. Paradossalmente, sento gli stessi argomenti con cui le relatrici hanno proposto lo stralcio essere usati adesso contro la ratifica semplice.

Delle due l’una, allora: o abbiamo sbagliato nel proporre lo stralcio, oppure, evidentemente, se abbiamo proposto lo stralcio, un motivo c’era. Il motivo era la difficoltà di adeguare l’istituzione della kafala al nostro sistema e al nostro ordinamento.

Ma che cosa suggerisce, che cosa contiene la Convenzione di cui stiamo parlando? Chiedo scusa all’Aula, ma vi leggerò il testo dell’articolo 1 della Convenzione stessa. «La presente Convenzione si prefigge di determinare lo Stato le cui autorità sono competenti ad adottare misure volte alla protezione del minore o dei beni del minore; di determinare la legge applicabile da tali autorità nell’esercizio della loro competenza; di determinare la legge applicabile alla responsabilità genitoriale; di assicurare il riconoscimento e l’esecuzione delle misure di protezione in tutti gli Stati contraenti; di stabilire tra le autorità degli Stati contraenti la cooperazione necessaria alla realizzazione degli obiettivi della Convenzione» ovvero stabilire quale autorità e quale legge si applicano ad un minore che non si trova più nello Stato di residenza abituale.

Tutto qui. Il problema della kafala, vale a dire dell’istituto giuridico che deve essere applicato al minore che dovesse entrare nel territorio italiano, è sì denso di problemi, ma è per questo che rispetto alla Camera ne abbiamo proposto all’Aula lo stralcio proprio al fine di valutare quali istituti del diritto italiano è meglio applicare per assicurare il pieno rispetto di tutti i principi costituzionali che qui, in Italia, non si toccano per nessuno, uomo, donna o bambino. (Applausi dal Gruppo PD).

MATTESINI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MATTESINI (PD). Signor Presidente, intervengo solo per ricordare che il 20 novembre è la giornata internazionale dei diritti dei bambini. Sembra che oggi scopriamo la kafala, quando in realtà questo tema è già inserito nel nostro ordinamento perché la data del 20 novembre corrisponde all’approvazione della Convenzione sui diritti del fanciullo, firmata a New York il 20 novembre del 1989, che all’articolo 20 recita: «Ogni fanciullo, il quale è temporaneamente o definitivamente privato del suo ambiente familiare oppure non può essere lasciato in tale ambiente nel suo interesse, ha diritto ad una protezione e ad aiuti speciali dello Stato». «Tale protezione sostitutiva può in particolare concretizzarsi per mezzo dell’affidamento familiare, della kafala di diritto islamico, dell’adozione o, in caso di necessità, del collocamento in adeguati istituti per l’infanzia».

Di cosa parliamo? Sono anni che si interviene su questo punto, non ultima la Corte di cassazione. Non facciamo finta che il tempo non sia passato, perché noi già ci stiamo facendo i conti. Ha ragione la relatrice quando afferma che proprio per serietà, per rigore, per rendere adattabile e conforme alle norme italiane questo istituto ci siamo presi un tempo di serietà in questo Parlamento, soprattutto nei confronti dei bambini. (Applausi delle senatrici De Biasi e Granaiola).

PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire il rappresentante del Governo.

FERRI, sottosegretario di Stato per la giustizia. Signor Presidente, vorrei aggiungere poche cose a quanto detto, meglio di me, dalla relatrice Filippin, anche per tranquillizzare il senatore Giovanardi su una questione. La Convenzione introduce, quale principio generale, quello del riconoscimento automatico delle misure di protezione adottate dall’autorità di uno Stato contraente, ma il principio dell’immediato riconoscimento delle decisioni emesse da altro Stato contraente prevede alcune eccezioni. E proprio l’articolo 33 della Convenzione ha previsto che nei casi di affidamento, ovvero di assistenza legale tramite kafala, il principio dell’automatico riconoscimento della misura di protezione non possa operare essendo necessario un vaglio preliminare da parte dell’autorità centrale o di un’altra autorità competente dello Stato nel quale il minore dovrà essere collocato.

In questa ipotesi l’autorità competente ad adottare la misura, che nella maggior parte dei casi sarà quella del luogo di residenza del minore, quando il minore dovrà essere collocato tramite l’istituto dell’affidamento familiare della kafala in uno Stato contraente diverso da quello che ha adottato la misura, dovrà consultare preventivamente l’autorità centrale dello Stato ricevente il minore, comunicando un rapporto sul minore o sui motivi del collocamento. L’autorità centrale ricevente dovrà approvare il collocamento all’assistenza tenuto conto del superiore interesse del minore e, solo dopo che sia avvenuta l’approvazione di affidamento di kafala emessa dallo Stato competente, potrà essere riconosciuta ed eseguita nello Stato ricevente. Questi sono stati i motivi che hanno spinto la Camera a inserire nel testo le norme di adeguamento.

Come diceva la senatrice Filippin, abbiamo dato priorità alla ratifica “secca”, proprio per evitare discussioni su istituti che non automaticamente possono essere riconosciuti nel nostro ordinamento interno e che, quindi, richiedevano un maggior approfondimento dal punto di vista giuridico. Nel nostro ordinamento, per esempio, non vi è un’automaticità sull’istituto della kafala. Le stesse sezione unite della Corte di cassazione lo hanno definito una sorta d’affidamento, ma non può essere un affidamento tout court. Ne deriva che il riconoscimento dell’istituto non può far derivare nel nostro ordinamento effetti identici o analoghi a quelli dell’adozione, ma svolge piuttosto la funzione di «giustificare l’attività di cura materiale ed affettiva del minore, con esclusione di ogni vincolo di natura parentale o anche di sola rappresentanza legale». Queste non sono parole mie, ma delle sezioni unite della Corte di Cassazione che si è espressa sul punto nella sentenza n. 21108 del 16 settembre 2013. Questo è lo spirito. E noi, proprio tenendo conto delle difficoltà giuridiche di adattamento nel nostro ordinamento e di una materia che poteva creare un dibattito e delle vedute contrapposte dal punto di vista non solo giuridico, ma anche di impostazione e di sensibilità politica, abbiamo preso la decisione – il Governo ha assecondato quella delle relatrici – di ridurre tutto al minimo e di procedere a una ratifica “secca”, proprio per non essere inadempienti di fronte alla Convenzione dell’Aja. Ho citato la Convenzione di New York sui diritti del fanciullo per far capire che già c’era stata una ratifica, che già erano sorti questi problemi. È vero che era datata – sono d’accordo con il presidente Sacconi quando dice che è cambiata la situazione e che sono passati tanti anni – ma non sono sorti problemi giuridici che potevano sorgere qualora anche allora ci fosse stata una normativa di adeguamento. Nel rispetto di tutti e delle diverse sensibilità politiche, il Governo ha adottato e seguito questa scelta delle relatrici. Non vedo sinceramente queste preoccupazioni.

Per quanto riguarda l’ordine del giorno – anticipo – c’è massima disponibilità da parte del Governo, anche se mi sembra di aver già specificato che nessuno prenderà mai decisioni contrarie all’ordine pubblico e nell’ordine pubblico, secondo me, deve essere ricompresa anche la coartazione religiosa, come prima ho sottolineato.

CALIENDO (FI-PdL XVII). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CALIENDO (FI-PdL XVII). Signor rappresentante del Governo, pur avendo contribuito a scrivere questo articolo, le chiedo di fare una riflessione.

Il Comitato per l’islam italiano della Presidenza del Consiglio dei ministri (e non l’opposizione o Forza Italia) ha riconosciuto «l’opportunità che – nella legge di recepimento della Convenzione dell’Aja del 19 ottobre 1996… – venga emanata una disciplina degli effetti della kafala» nell’ambito del diritto italiano. Tale disciplina, nel rispetto della peculiarità dell’istituto, dovrà assicurare la massima tutela del minore, specie quando sia in stato di abbandono e ne garantirà la permanenza in Italia» per la durata dell’affidamento, «in base alle medesime regole che disciplinano il diritto di permanenza dell’affidatario», eventualmente dopo un periodo di permesso.

Per questa ragione, nonostante abbia scritto insieme alle relatrici e al Sottosegretario il testo dell’articolo, dico ancora una volta al signor Sottosegretario che voterò contro questo articolo, non perché sono contro di esso, ma perché occorrerebbe riflettere su quello che è stato scritto dal Comitato, che tutti ignoravamo. Credo sia un dovere, tanto più che si tratta di un Comitato della Presidenza del Consiglio dei Ministri che il Sottosegretario può benissimo interpellare e valutare quali siano le possibili correzioni.

 

PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell’articolo 1.

(Segue la votazione).

Il Senato approva. (v. Allegato B).

Passiamo alla votazione dell’articolo 2.

GAETTI (M5S). Chiediamo che la votazione venga effettuata a scrutinio simultaneo mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori.

(La richiesta risulta appoggiata).

MALAN (FI-PdL XVII). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MALAN (FI-PdL XVII). Signor Presidente, l’articolo 2 chiarisce parecchio su ciò che stiamo per approvare, infatti recita: «Piena ed intera esecuzione è data alla Convenzione a decorrere dalla data della sua entrata in vigore, in conformità a quanto disposto dall’articolo 61, paragrafo 2, lettera a), della medesima».

La lettera a) del paragrafo 2 dell’articolo 61 stabilisce che l’entrata in vigore della Convenzione, per i Paesi che non l’hanno sottoscritta inizialmente, è il primo giorno del mese seguente ad un periodo di tre mesi a far tempo da quando viene ratificata. Vale a dire che oggi votiamo l’autorizzazione, che in pratica è una richiesta al Presidente della Repubblica di ratificare questa Convenzione. Poiché abbiamo apportato alcune modifiche, ci vorrà qualche settimana perché la Camera la approvi, verosimilmente, in un testo conforme; supponiamo che ciò avvenga ad aprile. Questo vuol dire che essa entrerà in vigore a partire dal 1° agosto di quest’anno; rileggo l’articolo che ci accingiamo a votare, spero, per respingerlo: «Piena ed intera esecuzione è data alla Convenzione».

Un soggetto che dal 1° agosto in poi farà richiesta di vedere riconosciuto l’istituto del kafala – del quale ha già chiesto di avvalersi (e credo che sia anche questo ciò che abbia spinto ad andare verso l’approvazione del provvedimento in esame, e abbiamo testimonianze in tal senso) – potrà mostrare la legge che voi oggi state per votare. Pensate che non troverà un giudice di qualche ordinamento, magari amministrativo, che gli darà ragione di fronte ad un rifiuto da parte delle autorità competenti di riconoscere questo bambino?

Ricordo che il Comitato italiano per l’Islam, composto da esponenti delle comunità islamiche, e non da chissà quale estremista anti-islamico, ci ha ammoniti sul pericolo di abusi. Ma lasciamo stare gli abusi. Al di fuori di essi, con questa Convenzione diamo vita ad una nuova figura giuridica: in Italia esistono l’affidamento e l’adozione. Il bello è che di questo ci occuperemo in sede di esame del provvedimento che seguirà immediatamente, sul quale si svolgeranno discussioni, perché ci sarà chi ritiene che non bisogna ulteriormente confondere i due piani e chi invece ritiene positivo avere una sorta di affidamento che in molti casi sfocia nell’adozione. Quale che sia l’esito di quella discussione, quale che sia l’opinione che abbiamo su quella discussione, noi qui stiamo introducendo una cosa nuova, che ha le caratteristiche dell’adozione per quanto riguarda la sua stabilità (poiché è permanente) ed ha le caratteristiche dell’affidamento per il fatto che non comporta l’ingresso dell’affidato nella famiglia alla quale è affidato; e tutto ciò è concesso soltanto alle famiglie islamiche (lo dice la parola stessa «kafala»).

Dunque, potrebbe esserci un bambino di un qualche Paese a maggioranza musulmana (o anche non a maggioranza musulmana), per il quale una famiglia, che deve per forza essere di religione islamica, ha chiesto di avvalersi di questo istituto. Ma, se questo stesso bambino è oggetto di una richiesta da parte di una famiglia che non sia di religione musulmana, non ci si può avvalere di questo istituto, ma ci si deve obbligatoriamente avvalere degli istituti previsti dalla legge italiana. Non viene allora il lieve sospetto che qui abbiamo una violazione dell’articolo 3 della Costituzione, che prevede che tutti i cittadini siano uguali? Non viene questo lieve sospetto? Non viene il lieve sospetto che ci sia anche una coartazione della libertà religiosa? Non viene il lieve sospetto che dovremmo aspettare prima di votare una cosa sul cui pericolo siamo stati ammoniti da un organismo del Governo, peraltro mai smentito? Questo è il bello: non è venuto fuori alcun documento di nessun organismo paragonabile che ha detto che quelli del Comitato per l’Islam italiano del 2010 stavano sognando e che questi pericoli non ci sono. Questi pericoli invece non solo ci sono, ma sono riconosciuti in Paesi a stragrande maggioranza islamica, che applicano gran parte del diritto islamico. Il Bahrein – l’ho già detto, ma lo ripeto, forse qualcuno potrebbe pensare che non dovremmo essere più accomodanti del Bahrein nei confronti dell’introduzione di questi istituti – ha abolito questo istituto. In Arabia Saudita, nel Qatar e negli Emirati Arabi Uniti ci sono grandi discussioni, anche a livello delle autorità, che non sono precisamente un modello di libertarismo, di garanzia degli individui, di eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne o di tutela dei minori rispetto a matrimoni in età indecenti. Ebbene, in questi Paesi ci sono grandi discussioni perché le autorità stesse (parliamo dei Ministeri di questi Paesi) hanno osservato fenomeni in cui questo istituto viene usato per lo sfruttamento (anche sessuale) dei minori, oltre che dei maggiorenni, poiché in quei Paesi è possibile utilizzare l’istituto della kafala anche per i maggiorenni. Qui sarebbe solo per i minorenni; non mi sembra che la cosa migliori molto e non capisco questa ostinazione nel voler andare avanti.

Io apprezzo molto quello che hanno fatto le relatrici: prima hanno detto che hanno sbagliato quando hanno chiesto lo stralcio; non hanno sbagliato, hanno fatto benissimo a chiedere lo stralcio. Lo stralcio riduce il danno e – dicono – ci dovrebbe dare più tempo per pensare. Ma – ripeto – dal 1º agosto qualcuno, che magari già da anni ha fatto richiesta di poter portare (con le migliori intenzioni) un bambino o una bambina in Italia con lo strumento della kafala, andrà da qualcun’altro a reclamare il suo diritto sulla base di questo articolo 2, dicendo che qui c’è scritto che la Convenzione ha piena ed intera esecuzione. Non c’è scritto che poi vedremo il da farsi, né che si rimanda tutto al recepimento nell’ordinamento interno.

Quanto al fatto che si prevede che comunque l’applicazione di questa norma non possa comportare pericoli per l’ordine pubblico, mi chiedo se lo sfruttamento di un minore sia forse una questione di ordine pubblico: purtroppo è fin troppo privato.

Avverrà in casa e avverrà nel chiuso, nell’ambito di una cultura che spesso – come dire – tutela molto la privacy. Lo fa spesso: ci sono naturalmente anche in questo caso varie gradazioni. Dunque non ci sarà alcun problema di ordine pubblico e non lo verrà a sapere nessuno, tranne le vittime che ci potranno essere. Lo ripeto, ci saranno tante famiglie che lo vorranno fare con le migliori intenzioni, ma lo faranno attraverso un istituto che attualmente non concediamo a nessuno. Nessuna famiglia italiana oggi e nessuna famiglia italiana non islamica domani potrà avvalersi di questo istituto, che consente di prendere un bambino definitivamente con sé, senza farlo entrare nella famiglia, senza farlo entrare nell’asse ereditario, senza avere la proibizione di avere rapporti sessuali con questa persona e senza avere alcun altro effetto, se non quello di avere un affidamento permanente. Ebbene, ciò sarà invece reso possibile, contrariamente a ogni principio che vale per tutti gli altri cittadini italiani. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).

PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell’articolo 2.

(Segue la votazione).

Il Senato approva. (v. Allegato B).

Passiamo all’esame dell’articolo 3, sul quale sono stati presentati emendamenti e ordini del giorno che invito i presentatori ad illustrare.

GIOVANARDI (AP (NCD-UDC)). Signor Presidente, per le ragioni che ho detto poc’anzi consideriamo l’ordine del giorno G3.103 di straordinaria importanza, perché – in tal modo rispondo al collega Malan, condividendo le sue preoccupazioni – mi sembra di capire che dal punto di vista tecnico, all’articolo 2 del disegno di legge di ratifica, con cui si dà piena attuazione alla Convenzione, si contrappone il contenuto stesso della Convenzione, che prevede invece che per la sua applicabilità l’ordinamento interno sia adeguato attraverso tutta una serie di cautele. Ciò è esattamente quello che chiediamo noi, ovvero che la Convenzione possa cominciare a produrre i suoi effetti in Italia solo quando una legge approvata dal Parlamento avrà chiarito gli aspetti sottolineati dal senatore Malan. Evidenziare tali aspetti è assolutamente giusto, perché tale esigenza arriva dalla comunità islamica, che lancia l’allarme rispetto ai pericoli sottesi a un’interpretazione distorta e malvagia di tale strumento. Per noi è fondamentale, perché riguarda gli articoli 3 e 19 della Costituzione, sottolineare la necessità della garanzia che venga superato il principio per cui una coppia italiana, di religione ebraica o cattolica o senza alcuna religione, non possa avere un minore in affido attraverso la kafala quando magari i nostri enti andranno nei Paesi islamici per ottenere un bambino in affidamento. Ciò potrà essere fatto invece soltanto da una coppia musulmana oppure, se una coppia italiana non religiosa, o di fede cattolica o ebraica vorrà farlo, dovrà cambiare religione e convertirsi all’Islam: è infatti questo che prevede la kafala.

Dunque questo ordine del giorno per noi è discriminante, perché garantisce che il Parlamento e il Governo si rendano conto di tale problematica costituzionalmente rilevante e si impegnino fin da oggi a dare ad essa una risposta positiva.

PRESIDENTE. I restanti emendamenti e ordini del giorno si intendono illustrati.

Invito le relatrici ed il rappresentante del Governo a pronunziarsi sugli emendamenti e sugli ordini del giorno in esame.

FILIPPIN, relatrice. Sull’emendamento 3.100 invito al ritiro, altrimenti il parere è contrario. Per quanto riguarda l’emendamento 3.101, il parere è favorevole a condizione che il testo venga riformulato come segue: «Art. 3. – 1. Ai fini della presente legge si intende per Autorità Centrale italiana la Presidenza del Consiglio dei Ministri». In questo modo, come relatrici, riteniamo di modificare l’individuazione dell’Autorità centrale di cui parla la Convenzione oggi in ratifica, attribuendola all’istituzione più rappresentativa in Italia e quindi anche quella più adeguata a regolamentare i rapporti con degli Stati esteri ai fini della applicazione della Convenzione medesima. Di conseguenza, naturalmente chiedo al senatore Micheloni se accetti la nostra proposta di riformulazione.

Esprimo quindi parere contrario sull’emendamento 3.102. Sull’emendamento 3.103, presentato dal senatore Giovanardi e trasformato nell’ordine del giorno G3.103, si esprimerà la relatrice Fattorini. Esprimo infine parere contrario sugli emendamenti 3.104 e 3.105.

L’ordine del giorno G3.100, presentato dal senatore Di Biagio, in buona sostanza richiama la necessità di arrivare rapidamente alle norme di adeguamento interno ed è condivisibile; chiediamo però al senatore Di Biagio di accettare la seguente riformulazione del dispositivo: «impegna il Governo a valutare l’opportunità di supportare l’approfondimento e la trattazione dei punti “stralciati” in sede referente dal provvedimento in titolo, con particolare riferimento alla disciplina connessa all’istituto della kafala, al fine di dare piena e coerente attuazione alla Convenzione».

FATTORINI, relatrice. Signor Presidente, propongo la seguente riformulazione dell’ordine del giorno G3.103, presentato dal senatore Giovanardi: «Il Senato impegna il Governo a valutare la compatibilità dei provvedimenti di assistenza legale tramite kafala o istituto analogo con i principi del nostro ordinamento e con i nostri principi costituzionali». In questo modo si comprendono la libertà religiosa cui si riferiva la precedente formulazione, la difesa dallo sfruttamento minorile sul piano lavorativo, dallo sfruttamento sessuale e tutte le argomentazioni che a nostro parere sono già molto tutelate nel ragionamento che abbiamo fatto fino ad ora, ma che con questo ordine del giorno potrebbero essere ulteriormente garantite.

FERRI, sottosegretario di Stato per la giustizia. Esprimo parere conforme a quello delle relatrici. Anche le riformulazioni proposte sono corrette per il Governo e quindi anche su di esse il parere è favorevole.

PRESIDENTE. Senatrice Mattesini, accoglie l’invito a ritirare l’emendamento 3.100?

MATTESINI (PD). Lo ritiro, signor Presidente.

PRESIDENTE. Senatore Micheloni, accoglie la proposta di riformulazione dell’emendamento 3.101?

MICHELONI (PD). Sì, signor Presidente.

PRESIDENTE. Passiamo dunque alla votazione dell’emendamento 3.101 (testo 2).

CAPPELLETTI (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CAPPELLETTI (M5S). Signor Presidente, poiché non abbiamo ben compreso la riformulazione proposta, chiediamo che sia ripetuta.

PRESIDENTE. Invito la relatrice a dare nuovamente lettura della riformulazione.

FILIPPIN, relatrice. Rileggo la riformulazione: «(…) si intende per Autorità Centrale italiana la Presidenza del Consiglio dei Ministri». In Commissione era stato individuato il Ministero della giustizia, ma si ritiene più opportuno che si tratti della Presidenza del Consiglio.

GAETTI (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GAETTI (M5S). Chiediamo che la votazione venga effettuata a scrutinio simultaneo mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori.

(La richiesta risulta appoggiata).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell’emendamento 3.101 (testo 2), presentato dai senatori Micheloni e Mattesini, interamente sostitutivo dell’articolo.

(Segue la votazione).

Il Senato approva. (v. Allegato B).

Restano pertanto preclusi i restanti emendamenti.

Senatore Di Biagio, accoglie la riformulazione dell’ordine del giorno G3.100?

DI BIAGIO (AP (NCD-UDC)). Sì.

PRESIDENTE. Essendo stato accolto dal Governo, l’ordine del giorno G3.100 (testo 2) non verrà posto ai voti.

Senatore Giovanardi, accoglie la proposta di riformulazione dell’ordine del giorno G3.103?

GIOVANARDI (AP (NCD-UDC)). Signor Presidente, intervengo a titolo personale, perché mio era l’emendamento originario.

Credo che abbiamo fatto – anche io personalmente – un grandissimo sforzo per segnalare le criticità, che le stesse relatrici hanno ammesso, presenti nell’iter di conversione nel nostro ordinamento di questa «strumentazione», tipica del diritto musulmano.

La Presidenza del Consiglio – ho prodotto i documenti – per vent’anni ha segnalato, in documenti ufficiali, che la kafala è in contrasto diretto con i nostri principi costituzionali, soprattutto con la libertà religiosa. Infatti, è inammissibile che una coppia italiana venga costretta alla conversione religiosa per avere in affido un bambino. Ciò nonostante, abbiamo semplicemente presentato un ordine del giorno che invita il Governo, nel momento in cui si farà questa benedetta legge che dovrà fissare i confini di adeguamento del nostro ordinamento alla kafala, a tener presente il rispetto dell’articolo 19 della Costituzione. Infatti, è di questo che si parla. Le relatrici hanno soppresso il riferimento all’articolo 19. Ripeto: l’hanno tolto e, quindi, non posso votarlo.

Personalmente, voterò anche contro il disegno di legge perché non viene accolta neanche una posizione che non costava nulla, ma che era solo una difesa di un principio costituzionale e della libertà di religione nel nostro Paese. Si trattava di non compiere un atto di debolezza e di sottomissione rispetto ad un diritto che è estraneo al nostro ordinamento e che lede principi fondamentali.

Fin dalla discussione sull’articolo 1, ho chiesto al rappresentante del Governo come si sarebbe comportamento l’Esecutivo e mi sembrava di aver capito che fosse favorevole all’ordine del giorno che avevamo presentato (mi riferisco a quello sottoscritto da me e dai senatori D’Ascola, Albertini e Gasparri). Le relatrici lo hanno invece modificato in maniera per me inaccettabile e, quindi, pur dispiacendomi, evidentemente non posso condividere questa modifica all’ordine del giorno, che considero riduttiva.

Per quanto mi riguarda, anche in sede di dichiarazione di voto, farò le mie valutazioni personali. (Applausi del senatore Carraro).

PRESIDENTE. Senatore Giovanardi, mantiene il suo ordine del giorno nel testo originario?

GIOVANARDI (AP (NCD-UDC)). Sì.

PRESIDENTE. Invito le relatrici ad esprimersi sull’ordine del giorno G3.103.

FATTORINI, relatrice. Il parere è contrario.

VOLPI (LN-Aut). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

VOLPI (LN-Aut). Signor Presidente, non ho trovato il testo derivante dalla riformulazione, quindi il mio intervento non riguarderà ciò, ma l’ordine del giorno così come presentato dal collega Giovanardi, che noi voteremo. (Brusio). Se ogni tanto il rappresentante del Governo ascoltasse, non sarebbe una cattiva cosa. Capita sempre con me, Sottosegretario.

Se anche nella riformulazione – che non vedo e, quindi, rivolgo la domanda alle relatrici – vi fosse un richiamo alla Costituzione…

FILIPPIN, relatrice. C’è!

VOLPI (LN-Aut). Tranquilla, mi si consenta di fare un brevissimo ragionamento.

Mi domando: se noi presentiamo un ordine del giorno, seppur riformulato con un richiamo alla Costituzione, è palese che hanno ragione coloro che hanno dei dubbi rispetto all’applicazione di questo provvedimento sulla kafala. In caso contrario, infatti, nemmeno le relatrici si sentirebbero in dovere di dover utilizzare, in modo seppur riformulato, lo spunto del collega Giovanardi e richiamarsi alla Costituzione. Sbaglio io, Sottosegretario, o no? Infatti, sarebbe una cosa naturale non richiamare la Costituzione, ovvero sarebbe naturale immaginare che il diritto, comunque sia in tutte le sue articolazioni, si rifaccia alla fonte principale, che è la Costituzione.

Le ipotesi sono allora due. Quanto alla prima, su questo provvedimento ci sono dei dubbi – diciamo così, non voglio infierire – sulla possibile applicazione surrettizia della kafala che noi abbiamo detto che non c’è, ma – forse – ci sarà. In questo caso, allora, servirebbe un chiarimento, che è quello del richiamo costituzionale. L’altra possibilità è che non vi sia nessun pericolo, quindi non serve richiamare la Costituzione. Ma le rivolgo una domanda… (Brusio).

Signor Presidente, vorrei anche parlare senza disordine: sto facendo un ragionamento che credo valga per tutti, non per me soltanto.

Come dicevo, nel momento in cui dovessimo in qualche modo richiamare la Costituzione, ci troveremmo nella fattispecie… (Brusio).

D’ALI’ (FI-PdL XVII). Presidente, non si riesce a sentire.

PRESIDENTE. Colleghi, chi dovrebbe mantenere l’ordine è pregato di aiutarmi a farlo rispettare e non viceversa.

VOLPI (LN-Aut). Mi scusi, signor Sottosegretario, cerco di continuare, ma penso di essere già stato abbastanza chiaro.

A questo punto, o c’è questo problema – e lo si riconosce, se non come problema immediato, magari nell’ulteriore interpretazione applicativa di quello che stiamo votando – oppure non c’è, e allora non serve alcun richiamo – per così dire – di garanzia. In ogni caso, dobbiamo comunque tenere presente la Costituzione, perché credo che nessuno la voglia violare.

Il senso della mia domanda è: come fanno le relatrici, che sono così certe che non vi sia questo pericolo, a sottoporre all’Assemblea una riformulazione dell’ordine del giorno del senatore Giovanardi con un richiamo alla Costituzione? Ovvero, mi chiedo se le colleghe stesse non abbiano dei dubbi circa il fatto che, senza un richiamo specifico alla Costituzione, vi sia il pericolo di un incerto inserimento. Credo di essere stato chiaro e che la mia non sia una domanda così peregrina. Se così fosse, infatti, significherebbe che si sta cercando di dare un contentino e non di affrontare veramente la problematica. (Applausi del senatore Candiani).

PRESIDENTE. Chiedo alle relatrici di confermare se il testo riformulato è il seguente: «impegna il Governo a valutare la compatibilità dei provvedimenti di assistenza legale tramite kafala o istituto analogo con i principi della nostra Costituzione».

FATTORINI, relatrice. No: «con i principi del nostro ordinamento e con i nostri principi costituzionali». Bisogna ascoltare, altrimenti non si comprende.

PRESIDENTE. Il riferimento, quindi, è al «nostro ordinamento» e ai «nostri principi costituzionali» nella loro interezza e non solo a quelli riferiti all’articolo 19 della Costituzione.

FATTORINI, relatrice. Esatto: è un allargamento dell’ambito e non una diminutio; lo preciso rispetto alle preoccupazioni del senatore Giovanardi. Significa prenderle molto sul serio, ma palesemente in modo inutile, perché qui o non ci si ascolta o non si vuole capire. Nel testo riformulato, infatti, c’è un’estensione, ad esempio, anche rispetto alla tutela sessuale e contro gli abusi sul lavoro. La tutela del minore, quindi, è su tutti i fronti. Bisogna ascoltarsi, per intendersi.

COMPAGNA (AP (NCD-UDC)). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

COMPAGNA (AP (NCD-UDC)). Signor Presidente, sono un cofirmatario dell’ordine del giorno G3.103 e, per quanto affezionatissimo alla formulazione lessicale «libertà» e «libertà religiosa», preferita dal collega Giovanardi, devo rilevare che, già la scorsa settimana, in sede di discussione generale, pur condividendo lo spirito e gran parte della lettera delle osservazioni del senatore Giovanardi, mi ero permesso di dire che in questo caso non è tanto in gioco la libertà di cui all’articolo 19 della Costituzione, quanto qualcosa, almeno per me, molto più importante: la non barattabilità delle proprie convinzioni in materia religiosa.

Da questo punto di vista, pur avendo finora votato allo stesso modo del collega Malan e avendo molto apprezzato i suoi argomenti e le sue preoccupazioni, per quanto concerne la riformulazione proposta dalle relatrici dell’ordine del giorno G3.103, come cofirmatario non ho difficoltà ad accettarla, quindi a farla mia, a prescindere da quelli che saranno i voti successivi e quelli già espressi sulla materia al nostro esame.

PRESIDENTE. Senatore Compagna, lei può esclusivamente rinunciare alla firma apposta sull’ordine del giorno G3.103 del senatore Giovanardi, ma non può decidere come può fare il primo firmatario.

Se posso suggerire una ipotesi, se le relatrici intendessero proporre un proprio ordine del giorno che riportasse i contenuti suggeriti nella riformulazione, forse un pezzo di strada lo si sarebbe fatto.

FILIPPIN, relatrice. Signor Presidente, come relatrici proponiamo il seguente ordine del giorno: «Il Senato, nell’ottica degli effetti delle previsioni di cui agli articoli 22 e 23, paragrafo 2, lettera d) della Convenzione, impegna il Governo a valutare la compatibilità dei provvedimenti di assistenza legale tramite kafala o istituto analogo ai princìpi costituzionali e del nostro ordinamento».

PRESIDENTE. Il Governo è d’accordo con la proposta delle relatrici?

FERRI, sottosegretario di Stato per la giustizia. Sì, Presidente, esprimo parere favorevole.

PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell’ordine del giorno G3.103, presentato dal senatore Giovanardi e da altri senatori.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

Essendo stato accolto dal Governo, l’ordine del giorno G3.700 non verrà posto in votazione. (Commenti dei senatori Caliendo e Gasparri).

Colleghi, se nessuno insiste sulla votazione, un ordine del giorno è accolto e non c’è bisogno di alcuna votazione.

GASPARRI (FI-PdL XVII). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Per quale motivo, senatore Gasparri?

GASPARRI (FI-PdL XVII). Signor Presidente, volevo fare una dichiarazione sull’ordine del giorno G3.700 o intervenire sull’ordine dei lavori.

Ritengo positivo tale ordine del giorno, perché rappresenta un elemento di chiarezza sotto il profilo della civiltà giuridica. Se è giusto procedere a delle ratifiche, non possiamo accettare la subordinazione del nostro ordinamento democratico basato su princìpi di tolleranza alla kafala che impone conversioni o conformismi all’islamismo. Pensate se una norma subordinasse un affidamento o un’adozione in Italia all’essere cattolici, essendo questa la religione prevalente: tutti la riterremmo incompatibile con i princìpi laici della nostra Costituzione, pur essendo questo un Paese a forte vocazione cattolica.

Ritengo che sia importante ribadire la inaccettabilità di questa barbarie della kafala, che tale voglio definire, motivando l’adesione all’ordine del giorno che, richiamandosi alla Costituzione, impedirà che vengano recepite usanze e tradizioni barbariche che impongono la conversione a una religione, qualche sia (in questo caso quella islamica), per poter decidere del futuro di un bambino. Pensate se si fosse applicato a noi, alle nostre religioni e ai nostri gusti.

FATTORINI, relatrice. Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FATTORINI, relatrice. Signor Presidente, si parla di barbarie e abbiamo sentito prima dal collega Malan altri riferimenti ancora più netti. Senatore Gasparri, io vorrei leggerle quanto scriveva Roberto Maroni a proposito del Comitato per l’Islam italiano, quello cui si riferiva Malan all’inizio di questa discussione. Il 14 luglio 2010 il ministro dell’interno Roberto Maroni ha espresso il proprio parere sulla ratifica da parte dell’Italia della convenzione dell’Aja all’ordine del giorno, sottolineando come il riconoscimento della kafala possa costituire un prezioso passaggio nel favorire l’armonico inserimento nel tessuto sociale italiano di «quanti si riconoscono nella fede islamica». Questa è la barbarie, questa è l’origine di tutti i mali, l’invasione islamica; non sto parlando di un pericoloso bolscevico affiliato all’ISIS. Inoltre, il Comitato per l’Islam italiano tanto citato ha evidenziato l’opportunità che nella legge di recepimento sia garantita ai minori che vengono affidati attraverso questo istituto ad adulti residenti in Italia la medesima tutela di cui godono gli altri minori; a tal fine, è stato auspicato che il compito di accordare l’assenso previsto dall’articolo 33 della convenzione sia demandato al tribunale per i minori, che, ove si proceda ad affidamento di minori abbandonati, eserciterà i controlli che sono previsti in caso di adozione internazionale. Non dico altro e non commento. (Applausi della senatrice Mattesini).

PRESIDENTE. Senatrice, proprio in questo senso ho sollecitato le relatrici, affinché avessero questo moto attivo per poter fare un passo in avanti.

Passiamo all’esame della proposta di stralcio S4.100, che si intende illustrata, su cui invito le relatrici ed il rappresentante del Governo a pronunziarsi.

FILIPPIN, relatrice. Esprimo parere favorevole.

FERRI, sottosegretario di Stato per la giustizia. Il parere è conforme a quello delle relatrici.

PRESIDENTE. Metto ai voti la proposta di stralcio S4.100, presentata dalle Commissioni riunite.

È approvata.

Per effetto dell’approvazione della proposta di stralcio S4.100 riferita agli articoli da 4 a 12 e 14, le disposizioni ivi contenute confluiranno nell’autonomo disegno di legge n. 1552-bis che sarà immediatamente deferito alle competenti Commissioni parlamentari.

Risulta pertanto precluso l’emendamento presentato all’articolo 5.

Passiamo alla votazione dell’articolo 13.

GAETTI (M5S). Chiediamo che la votazione venga effettuata a scrutinio simultaneo mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori.

(La richiesta risulta appoggiata).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell’articolo 13.

(Segue la votazione).

Il Senato approva. (v. Allegato B).

Passiamo alla votazione dell’articolo 15.

GAETTI (M5S). Chiediamo che la votazione venga effettuata a scrutinio simultaneo mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori.

(La richiesta risulta appoggiata).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell’articolo 15.

(Segue la votazione).

Il Senato approva. (v. Allegato B).

Passiamo alla votazione finale.

STEFANI (LN-Aut). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

STEFANI (LN-Aut). Signor Presidente, colleghi, non vogliamo dilungarci troppo in questa nostra dichiarazione di voto. Nel corso della discussione in quest’Aula e anche ora sulle dichiarazioni di voto relative ai singoli articoli ed emendamenti si è rilevato come il tempo decorso per il recepimento di questa convenzione denoti il fatto che vi siano serie e decise perplessità sul contenuto della medesima.

Noi desideriamo spendere alcune parole innanzitutto sull’iter che ha portato oggi all’approvazione della convenzione con lo stralcio di interi articoli.

Ricordiamo la grande lotta che è stata fatta alla Camera dal Gruppo della Lega Nord sollevando, da sola rispetto a tutte le altre parti politiche, la problematica connessa al riconoscimento dell’istituto della kafala.

Forse solo noi del Gruppo della Lega Nord ci eravamo accorti di questi problemi. Forse solo noi ci siamo resi conto che effettivamente tutta quella normativa inserita oltre all’articolo che recepiva, sic et simplicter, la Convenzione… (Brusio).

PRESIDENTE. Colleghi, se tutti continuate a parlare, diventa impossibile ascoltare la senatrice Stefani.

STEFANI (LN-Aut). Grazie, signora Presidente.

Forse solo il Gruppo della Lega Nord si era reso conto di tutte le problematiche connesse alla disciplina della introduzione dell’istituto della kafala nel nostro ordinamento. E solo in Commissione giustizia del Senato sono emerse e si sono consolidate queste perplessità, che hanno portato poi all’approvazione dello stralcio di gran parte della legge di ratifica.

In realtà, dobbiamo ricordare come, anche nel corso delle audizioni, siano emerse proprio delle problematicità, sollevate non solo da enti che possono essere letti come aventi un certo orientamento ideologico, ma anche da gran parte della magistratura. Ricordo, fra queste figure, l’Associazione italiana amici dei bambini, il presidente del tribunale dei minori di Roma, l’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia e l’Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie. Non stiamo quindi parlando di organismi natura politica, ma di enti che lavorano nel settore. E stiamo parlando anche della voce di molti giuristi che hanno ritenuto che questa parte della disciplina che si voleva introdurre sarebbe stata contraria al nostro ordinamento.

Anche per comprendere cos’è questa kafala, dal momento che molti di noi non sanno neanche posizionare bene l’accento, noi ricordiamo che, nei Paesi che ispirano la propria legislazione ai precetti coranici, non esiste un rapporto di filiazione diverso dal legame biologico di una discendenza che derivi da un rapporto sessuale lecito. La legge islamica, dunque, non riconosce e vieta l’adozione, in quanto viene ritenuto artificioso un legame giuridico di questa natura creato dall’uomo.

Ricordiamo, dunque, che la kafala è un istituto di derivazione strettamente dottrinale, con il quale è garantito, in un certo verso, la protezione dei minori privi di un ambiente idoneo alla loro crescita. Tale istituto non determina alcun rapporto di filiazione. Quindi, non si riproducono tutti quegli effetti legittimanti che vengono ad esempio riconosciuti con il nostro sistema dell’adozione: il bambino non assume il cognome del padre o di chi ne assume comunque la custodia e non interrompe i rapporti con il nucleo familiare di origine. Questo istituto, come detto da molti colleghi che mi hanno preceduto, è una sorta di affidamento che non trova assoluta ed espressa corrispondenza nel nostro ordinamento.

Ma noi dobbiamo fare una valutazione di un altro tipo. Noi facciamo proprie alcune considerazioni che sono state mosse proprio in sede di audizioni. Molti auditi, fondatamente (ed è per questo che la Commissione ha poi ritenuto di votare per lo stralcio integrale), hanno rinvenuto «una perfetta incongruenza nell’iter di riconoscimento in Italia dell’assistenza legale del minore in situazione di abbandono, tramite il provvedimento straniero di kafala».

Questo perché in tutta la normativa prevista, ancora dalla Camera dei deputati, vi era una forma di collocamento del minore che non teneva assolutamente conto della necessità di armonizzazione con le nostre misure interne di protezione dell’infanzia. Ovvero, questo istituto, così come recepito, non teneva in alcun modo conto dell’interesse del minore a vedersi protetto in condizioni di uguaglianza all’interno del territorio italiano in applicazione delle misure previste per ogni altro bambino residente.

In questa nostra dichiarazione di voto noi vogliamo sostenere che noi siamo sicuramente una Nazione che ha potuto coltivare, grazie proprio alla nostra tradizione storica, un grandissimo approfondimento di temi giuridici. Possiamo ritenere di avere uno degli ordinamenti giuridici più garantista e più tutelante rispetto alle posizioni di debolezza. Non possiamo ritenere che il nostro ordinamento non abbia tenuto in debita considerazione gli interessi dei minori.

Chi conosce gli istituti del diritto di famiglia e chi conosce gli istituti relativi alle adozioni e agli affidamenti sa quanto l’Italia abbia un ordinamento volto a tutelare, in particolare e primariamente, l’interesse del minore. Ci vediamo invece oggi a discutere in questo momento storico, in cui si può parlare ampiamente di tolleranza ma anche delle difficoltà legate alla convivenza tra varie culture e religioni, della possibilità di introdurre nel nostro ordinamento un istituto che, ricordiamolo, trova fondamento su precetti religiosi; un istituto che appartiene ad un’altra cultura, a un altro ordinamento, che trova davvero difficile cittadinanza nel nostro ordinamento.

Riteniamo che questo tipo di istituto comporti una seria e complessa violazione dei precetti sacrosanti della nostra Costituzione. Siamo uno Stato laico che deve restare tale. Siamo uno Stato che deve avere la propria regolamentazione e non si vede ragione per cui si debba inficiare il diritto primario del minore ad essere protetto per un malcelato buonismo nei confronti di altro tipo di orientamento o altri tipi di ordinamento, recependo istituti che con noi hanno poco a che fare.

Il motivo per cui votiamo contro l’autorizzazione alla ratifica di questa Convenzione, nonostante lo stralcio, è che da una sua attenta lettura (a prescindere dagli ordini del giorno di cui sappiamo benissimo il valore), in particolare dalla lettura dell’articolo 3, lettera e), in cui si dice che tutte le misure adottate saranno volte al collocamento del minore in una famiglia di accoglienza o in un istituto o alla sua assistenza legale tramite kafala o istituto analogo, temiamo (pur avendo letto anche noi gli articoli 22 e 23 sul rispetto dell’ordine pubblico) che l’introduzione di questa previsione possa comportare una seria difficoltà nella gestione, nella trattazione e nella disciplina di un istituto che per noi deve restare sacrosanto: l’adozione. Pertanto, o parliamo di adozioni o non parliamo di nient’altro.

Riteniamo infatti – e lo sosterremo sempre – che l’elemento importante è la posizione del minore, del bambino, di tutti quei minori non accompagnati, di cui abbiamo parlato anche nel nostro ordine del giorno, che arrivano qui e di cui non sappiamo chi sia il padre o la madre; non sappiamo nemmeno di che nazionalità siano. Probabilmente non si sa nemmeno di che religione sono. Quindi, se arriva nel nostro suolo un bambino di cui non si sa nulla, come facciamo a dire se è di fede islamica, se si dovrà applicare l’istituto della kafala o se si dovrà avviare il procedimento di adozione? Non vogliamo creare confusione perché nella confusione alla fine si rischia di perdere le vere tutele.

Per questa ragione il Gruppo della Lega Nord ancora adesso voterà convintamente contro questo provvedimento. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

ROMANI Maurizio (Misto-MovX). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ROMANI Maurizio (Misto-MovX). Signora Presidente, il disegno di legge che stiamo esaminando si limita ad autorizzare la ratifica della Convenzione, firmata dall’Italia il 1° aprile del 2003, sulla competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l’esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e misure di protezione dei minori. È inutile dire che ci muoviamo, al solito, sempre con un colpevole ritardo di quasi vent’anni; ritardo cui si è cercato di porre rimedio solo nella passata legislatura con la presentazione di una proposta di legge d’iniziativa parlamentare, mentre il disegno di legge d’iniziativa governativa è stato presentato solo nella legislatura in corso.

La Convenzione dell’Aja nel 1996 mirava – e mira tuttora – a introdurre elementi di maggiore certezza e definizione nel campo della tutela dei minori rispetto alla precedente Convenzione del 1961, che aveva lasciato degli ampi margini di incertezza nella definizione univoca dell’autorità competente a provvedere alla protezione del minore nel caso in cui quest’ultimo si trovasse in un Paese diverso dal proprio. Poteva così accadere, come di fatto poi è già accaduto, che la responsabilità della tutela del minore venisse di volta in volta addossata allo Stato di provenienza piuttosto che allo Stato di residenza, lasciando il minore in una condizione di incertezza e di esposizione al rischio.

Il principio fondamentale che regge la Convenzione è quello chiaramente enunciato dal diritto internazionale in materia di infanzia, ossia quello del migliore interesse del minore che deve, comunque, sempre prevalere sia rispetto alla sua appartenenza a una determinata nazionalità sia rispetto alla rigida applicazione della legislazione nazionale del Paese ospitante. In questo caso, la Convenzione del 1996 stabilisce con chiarezza che l’autorità competente in materia di tutela è quella dello Stato in cui concretamente si svolge la vita del minore (dove si trovano poi, in definitiva, i suoi legami familiari), indipendentemente dalla sua nazionalità. È evidente l’importanza che la responsabilità della protezione di quello che è già chiaramente il soggetto debole debba essere in capo all’autorità a lui più vicina secondo il principio di prossimità. Il provvedimento, infatti, stabilisce il criterio del luogo di residenza abituale del minore per l’individuazione sia dell’autorità competente che della legge applicabile.

L’aspetto che ha reso più complesso l’esame in Commissione del testo, così come licenziato dalla Camera dei deputati, riguarda il fatto che il testo della Convenzione ha tra i suoi i obiettivi anche quello di dare un’adeguata veste normativa nell’ordinamento italiano alla kafala, che è l’istituto giuridico di tutela del minore abbandonato o in difficoltà, diffuso in diversi Paesi di religione islamica, nei quali non è prevista l’adozione. Nel corso delle audizioni in Commissione giustizia si sono rinvenuti a tale riguardo molteplici aspetti problematici. Il testo, come approvato dalla Camera dei deputati, presentava un’incongruenza nell’iter di riconoscimento in Italia dell’assistenza legale del minore in situazione di abbandono. Le disposizioni poi non sembravano in armonia con la legge n. 184 del 1993 e successive modificazioni, producendo il rischio di non tutelare sufficientemente ed efficacemente il superiore interesse del minore. Anche nel caso di minore in stato di abbandono il disegno di legge n. 1552 prevedeva una sorta di affidamento familiare, a fronte dell’obbligo, previsto dalla normativa vigente, di favorire invece la costituzione di una situazione familiare di tipo stabile. Tali incongruenze, se non risolte, rischiavano di mettere in crisi il sistema delle adozioni internazionali. Il disegno di legge introduceva nuovi istituti come l’affidamento o l’assistenza legale del minore non in stato di abbandono e l’assistenza legale del minore in situazione di abbandono. L’articolo 4 introduceva di fatto l’affidamento internazionale senza peraltro specificarne i requisiti. Come sottolineato dall’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia nel corso delle audizioni, la lettura combinata degli articoli 4 e 5 – per fortuna stralciati – induceva a dedurre una partizione che vede: minori non in stato di abbandono cui è riconosciuta l’assistenza legale, se provenienti da Stati islamici, e minori invece in affidamento se provenienti da altri Paesi (articolo 4); minori in stato di abbandono cui è riconosciuta l’assistenza legale, se provenienti da Stati islamici (articolo 5), e minori provenienti da altri Paesi cui si applica l’articolo 29 della normativa sulle adozioni internazionali. Dunque, la differenza tra assistenza legale e affidamento era essenzialmente derivante dell’istituto giuridico del Paese di provenienza, nel caso di Paesi islamici, la kafala. Inoltre, il nuovo istituto, per come è concepito, da un lato si prestava ad offrire occasioni per eludere la disciplina delle adozioni internazionali, in particolare per le coppie italiane e, dall’altro, non sembrava offrire sufficienti garanzie di pieno riconoscimento dei provvedimenti di affidamento dello Stato straniero per cittadini del loro Stato, ivi compresa la kafala.

È evidente quindi che la ratifica della Convenzione non può certamente tradursi nella trasformazione dell’istituto islamico della kafala in una sorta di adozione internazionale camuffata, anche perché con una sentenza divenuta definitiva nel gennaio 2013, pronunciata relativamente al caso Harroudj contro Francia, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha ribadito che l’istituto della kafala non è assimilabile a quello dell’adozione e, pertanto, non dà vita ad alcun tipo di aspettativa genitoriale tutelata ai sensi dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo sul diritto al rispetto della vita privata e familiare.

Queste sono le ragioni che hanno indotto la Commissione a prendere atto della difficile compatibilità dell’istituto della kafala con l’ordinamento giuridico vigente e a procedere alla semplice ratifica della Convenzione, stralciando dal testo le norme di adeguamento interno e rinviando l’adattamento ad un successivo intervento legislativo. Questo, chiaramente, con il solo scopo di interrompere la procedura di infrazione da parte della Commissione europea per il notevole ritardo dell’Italia nella ratifica della Convenzione.

Detto questo, dunque, dichiaro il voto favorevole del mio Gruppo, naturalmente aspettandomi un impegno preciso, da parte di questo Parlamento e di questo Governo, a sciogliere i nodi cruciali che l’adeguamento del nostro ordinamento alla Convenzione richiede. Senza questo impegno la ratifica della Convenzione non rimarrà che mera enunciazione di principi. (Applausi dal Gruppo Misto-MovX e delle senatrici Bencini e De Pin).

DI BIAGIO (AP (NCD-UDC)). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DI BIAGIO (AP (NCD-UDC)). Signora Presidente, signor Sottosegretario, colleghi, non posso nascondere la mia personale soddisfazione per la trattazione quest’oggi del provvedimento di ratifica della Convenzione dell’Aja, dopo un lungo iter costellato da rallentamenti istituzionali, incomprensioni parlamentari e, in ultimo, una procedura di infrazione maturata in capo al nostro Paese. Si tratta di un iter in riferimento al quale, fin dalla passata legislatura, ho sollecitato l’accoglimento della Convenzione attraverso un disegno di legge di ratifica e fa particolarmente riflettere che sia stato necessario attendere diversi anni per approdare ad una sua definitiva risoluzione. Un elemento che merita attenzione va ricercato nel fatto che essa è dettata da esigenze di natura politica, data la sussistenza di un’infrazione, e non dall’esito di un percorso di doverosa sensibilizzazione normativa ed istituzionale. Dunque, un’esigenza di celerità, più che legittima, ma che comporta una maggiore responsabilità in capo al nostro Paese. Infatti, la Convenzione del 1996, sebbene ratificata, mancherà di alcuni degli strumenti legislativi indispensabili per la sua piena attuazione.

Come si discute ormai da diverse settimane, uno degli aspetti particolarmente critici della Convenzione, causa principale del rallentamento della sua ratifica, va ricercato nella disciplina della kafala, intesa come unico istituto giuridico in grado di consentire l’accoglienza in famiglia dei minori il cui Paese d’origine non conosce l’adozione, come avviene in alcuni Paesi islamici tra cui il Marocco, nei cui orfanotrofi e istituti vivono circa 65.000 minori abbandonati.

Stando alla norma di riferimento, si dovrebbero affrontare caso per caso le singole questioni di compatibilità tra il sistema giuridico italiano e quello islamico, distinguendo tra i vari provvedimenti di kafala prima dell’approvazione da parte dell’autorità centrale italiana dei soli provvedimenti che non si manifestino contrari alle norme nazionali in materia di protezione dell’infanzia e, più in generale, alle regole dell’ordine pubblico nazionale.

Queste premesse normative dovrebbero consentire il riconoscimento e la regolamentazione dei differenti provvedimenti, per renderli compatibili con quelli previsti dall’ordinamento interno, al fine di proteggere i minori ed il loro superiore interesse. Tutto ciò, come possiamo immaginare, risulta alquanto complesso da armonizzare con l’ordinamento interno; per questo ci dovrebbe essere una dettagliata regolamentazione, al fine di conferire la dovuta competenza all’autorità centrale, ai sensi della Convenzione.

Sulla delicatezza della materia si sono ovviamente sollevate obiezioni di varia natura, che hanno di fatto caratterizzato la natura dell’iter della ratifica fino ad oggi. Per questo l’idea di congelare la parte più delicata e dunque scomoda della Convenzione è da intendersi come una mediazione necessaria pur di concludere la ratifica; una mediazione che di fatto posticipa la trattazione del tema, poiché non potrebbe permetterci di ratificare una Convenzione che poi risulta inapplicabile in alcune sue parti. Potremmo parlare di una ratifica di comodo. Lo stesso rappresentante del Governo ha espressamente affermato che sarebbe stato preferibile approvare il testo nella sua integralità, ma che, in assenza di un accordo in tempi rapidi sul contenuto del provvedimento, era preferibile procedere nell’immediato ad una pura e semplice ratifica, lasciando ad una fase successiva la definizione delle norme di adeguamento dell’ordinamento interno. Un orientamento certamente saggio, ma che ci mette in una situazione di ratifica parziale, che rischia di snaturare la ratio del provvedimento.

In questo scenario, ho voluto depositare delle proposte emendative in materia di integrazione delle disposizioni della Convenzione nell’ordinamento italiano, che tuttavia non ho voluto rappresentare in questa sede, condividendo l’esigenza di procedere ad una versione celere della ratifica, una celerità che però non deve essere il lasciapassare di una futura trascuratezza legislativa sull’argomento. L’auspicio è che ci si trovi dinanzi ad uno stralcio momentaneo, come auspicato dalle relatrici, e non ad una sorta di pantano normativo, affinché si creino le condizioni per assicurare al minore la tutela del suo superiore interesse, qualora sussistano situazioni familiari e personali di particolare disagio e sofferenza, esorcizzando nel contempo contrasti con la normativa interna italiana, in particolare con i principi vigenti in materia di adozione e di affidamento.

Proprio su questo punto vale la pena operare un’ulteriore riflessione. Riconoscere l’istituto della kafala nel nostro ordinamento non equivale ad accettarne gli effetti tout court, in maniera quasi passiva ed automatica, ma significa al contrario, oltre che dare seguito in maniera legittima ad un impegno internazionale, anche rimodulare un istituto giuridico di diritto straniero ai dettami e alle esigenze della normativa italiana. Certamente si tratta di una disciplina innovativa, dinanzi alla quale qualche dubbio da parte del legislatore appare più che plausibile. Ma, piuttosto che abbandonarci ad infruttuosi arroccamenti ideologici, sarebbe necessario contestualizzare la disciplina, comprendendoin primis in che modo questa andrebbe a collocarsi nel quotidiano e andrebbe a regolamentare delle situazioni altrimenti ingestibili.

Colleghi, qui parliamo di minori abbandonati: non possiamo permetterci il lusso di sbarrare la strada a formule innovative di protezione, riconosciute già in altri Paesi europei, soltanto perché sono state espressione di diritto islamico. Vale la pena ricordare che l’Italia è l’unico – ribadisco: l’unico – Paese europeo che non ha ancora provveduto a regolamentare questo istituto di protezione dei minori provenienti da Paesi islamici. Abbiamo però l’obbligo di consentire la migliore e più armonica cornice normativa entro la quale questo istituto possa essere regolato ed applicato, secondo il principio del case by case, perché sono tanti i casi in cui alcuni genitori, pur avendo in mano delle sentenze di kafala di tribunali stranieri, in base alle quali sono genitori affidatari, non possono però ricongiungersi ai loro minori. La valutazione del case by case assume un carattere ancora maggiore se si tiene conto della giurisprudenza sull’argomento, ad esempio della sentenza della Corte di cassazione a sezioni riunite. Tale sentenza, del settembre 2013, ha ribadito che non può essere rifiutato il nulla osta all’ingresso nel territorio nazionale di un minore con provvedimento di kafala, qualora sussistano determinate condizioni, sempre e comunque nell’interesse del minore. Questa pronuncia ci dà il peso della pregnanza della materia e della inderogabile esigenza di procedere in tempi rapidi ad una sua regolamentazione, non soltanto – lo ripeto – per evitare che la credibilità del nostro Paese, sul versante della legislazione internazionale, venga compromessa, ma soprattutto per consentire una tutela piena, legittima e coerente con i principi nazionali e internazionali, dei minori abbandonati, indipendentemente dalla natura giuridica, religiosa e culturale del Paese di provenienza.

Colleghi, la tutela del preminente interesse del minore è uno dei capisaldi di uno Stato che ambisce a configurarsi come democratico e di diritto e non dobbiamo dimenticarci di questo dinanzi a fattispecie normative, seppur oggettivamente complesse, intimoriti da potenziali rischi per la tenuta culturale e religiosa del nostro Paese. Dobbiamo superare questa palese discriminazione tra strumenti di protezione dei minori e dunque tra minori, delineando insieme un timing legislativo che conduca alla trattazione delle parti stralciate del decreto di ratifica. Sussistendo tali premesse, ritengo che sia importante arrivare quest’oggi alla definitiva risoluzione dell’iter e dunque procedere ad una ratifica, che comunque definirei formale e non sostanziale.

Per tale ragione evidenzio il voto favorevole del Gruppo di Area Popolare al disegno di legge di ratifica in esame perché vogliamo che ci si focalizzi sulla ratio della Convenzione, così come sancito nell’articolo 1, al di là di qualsiasi altra declinazione ideologica. La nostra priorità deve essere quella di migliorare e ampliare gli strumenti a disposizione dell’ordinamento, per offrire una reale e necessaria tutela verso migliaia di bambini in condizioni di abbandono e, nel contempo, per dare risposte a quelle coppie che attendono finalmente il riconoscimento del loro diritto ad essere genitori. (Applausi dal Gruppo AP (NCD-UDC) e delle senatrici Bianconi e Filippin).

BLUNDO (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BLUNDO (M5S). Presidente, colleghi, giunge oggi a parziale compimento il percorso di ratifica della Convenzione dell’Aja del 19 ottobre 1996 in materia di responsabilità genitoriale e misure di protezione dei minori, sulla quale il nostro Parlamento è stato per anni più volte chiamato a pronunciarsi.

In generale, con lo strumento della Convenzione, i Paesi sottoscrittori, mediante la ratifica e non con la semplice firma, creano uno spazio giuridico comune per la regolamentazione ottimale di questioni d’interesse comune. Nel caso specifico, lo spirito della Convenzione dell’Aja è ben riassunto nell’articolo 33 – come si diceva in precedenza – in cui, al fine di garantire la migliore protezione possibile al minore, si promuove la cooperazione tra le autorità del Paese d’origine e quelle del Paese di accoglienza, nel caso in cui il minore venga affidato dalle autorità del suo Paese, in modo tendenzialmente stabile, ad una famiglia residente in un altro Paese oppure sia collocato in una struttura d’accoglienza.

L’Italia è l’ultimo tra i Paesi europei a ratificare la Convenzione dell’Aja dopo che lo scorso 1 settembre anche il Belgio ha assolto a questo dovere. La scelta di optare per la ratifica tout court della Convenzione, posticipando invece la definizione delle norme mediante le quali il nostro ordinamento dovrà adeguarsi ai nuovi istituti di protezione del minore in essa previsti, nasce dai continui richiami del Consiglio dell’Unione europea e dall’imminente apertura di una procedura d’infrazione nei confronti del nostro Paese da parte della Commissione europea, per il ritardo accumulato.

L’Italia ha sottoscritto la Convenzione dell’Aja nel 2003, con ben sette anni di ritardo, e la sta ratificando addirittura con dodici anni di ritardo, nonostante le continue pressioni di Bruxelles. Evidentemente il «ce lo chiede l’Europa» ha una natura straordinariamente vincolante per alcune tematiche piuttosto che per altre.

Di fronte alle perplessità manifestate dalle Commissioni giustizia e affari esteri del Senato rispetto alle misure con le quali il Governo intendeva dare nel nostro ordinamento una veste giuridica all’istituto della kafala, tipico del mondo islamico, si è pensato di stralciare gran parte degli articoli, come avvenuto nella votazione, contenuti nel disegno di legge n. 1552 e di rimandare gli interventi sul diritto interno, pur se necessari, a tempi migliori.

La kafala è un istituto previsto dal diritto islamico con il quale, partendo dal presupposto del divieto di adozione imposto dalla legge coranica, si vuole evitare che i figli senza genitori restino sprovvisti di tutele. Con la kafala, infatti, un adulto musulmano o una coppia di coniugi ottiene la custodia di quel minorenne in stato di abbandono che non è stato possibile affidare alle cure dei parenti.

Il rapporto che si instaura tra l’affidatario ed il minore si limita esclusivamente all’obbligo del primo di provvedere al mantenimento e all’educazione del secondo, fino al raggiungimento della maggiore età. Tra i due non si determina alcun rapporto di filiazione e, quindi, non si produce alcun altro effetto: il bambino non assume il cognome di chi ne ha ottenuto la custodia, non acquista diritti né aspettative successorie nei suoi confronti, non instaura legami giuridici con la famiglia di accoglienza, né interrompe i rapporti con il proprio nucleo familiare di origine.

È comprensibile quindi il timore espresso dal senatore Candiani e da altri colleghi che sono intervenuti prima, in quanto non c’è alcun tipo di corrispondenza nell’ordinamento giuridico italiano, sebbene la Corte di cassazione con sentenza del 23 novembre 2011, pur riconoscendo l’adozione internazionale come unico strumento mediante il quale può avvenire l’inserimento di un minore straniero nel nostro Paese, abbia sostanzialmente paragonato la kafala all’istituto dell’affidamento familiare.

A supportare questo accostamento vi sono innumerevoli studi giuridici, ma consentitemi colleghi, di dissentire su un punto che ritengo qualificante e che, se si seguisse alla lettera quanto disposto dalla legge n. 149 del 2001, giustificherebbe un differente inquadramento giuridico della kafala rispetto all’affidamento familiare. Mentre nella kafala l’affidatario è obbligato a garantire il mantenimento e l’educazione del minore fino al compimento del diciottesimo anno d’età, l’affidamento familiare previsto nel nostro ordinamento si identifica invece, come provvedimento temporaneo, che per legge non deve durare più di ventiquattro mesi, salvo proroghe, e configurarsi come funzionale al ritorno del minore presso la famiglia d’origine.

Di fronte alle evidenti lacune dei testi presentati, incapaci – soprattutto quello del Governo – di individuare nel nostro ordinamento una forma giuridica affine alla kafala e perciò destinati a produrre ulteriore confusione nell’applicazione della legge n. 184 del 1983, di per sé caotica e farraginosa nel garantire effettivamente il diritto del minore ad avere una famiglia, ci chiediamo quanto bisognerà ancora attendere per adeguare il nostro ordinamento ad un istituto, quello della kafala appunto, espressamente previsto nel testo della Convenzione di cui stiamo oggi autorizzando la ratifica.

Pensate, cari colleghi, che in questo modo si stia effettivamente garantendo quell’interesse esclusivo del minore che è il principio ispiratore della Convenzione del 1996?

Non è questo ciò che noi auspichiamo e per questi motivi, come è nella consuetudine del Movimento 5 Stelle, voteremo favorevolmente perché non si abbiamo ulteriori ritardi con la ratifica. Auspichiamo però che si proceda tempestivamente all’emanazione di necessarie norme di adeguamento, sulla scia di quanto avvenuto in gran parte dei Paesi europei, e, soprattutto, cogliendo l’occasione di rivedere l’istituto dell’affido in modo da adeguare la nostra normativa il più possibile, non tanto rendendo conformi i principi del nostro ordinamento alla kafala, quanto la kafala ai principi costituzionali del nostro Stato. (Applausi dal Gruppo M5S).

 

MALAN (FI-PdL XVII). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MALAN (FI-PdL XVII). Signor Presidente, vorrei anzitutto ringraziare le relatrici per il lavoro fatto… (Brusio).

PRESIDENTE. Le chiedo scusa, senatore Malan. Colleghi, se non si abbassa la voce, credo che si faccia tutti una gran fatica a seguire chi vuole parlare. (Applausi dal Gruppo M5S).

Prego, senatore Malan.

MALAN (FI-PdL XVII). La ringrazio, signor Presidente.

Come dicevo, ringrazio anzitutto le relatrici per il lavoro che hanno svolto con coscienza ed attenzione, anche se dissento sulle conclusioni cui siamo reciprocamente arrivati.

Questa Convenzione, che, con il nostro voto (che, ahimè, temo sarà in maggioranza favorevole) autorizzeremo il Presidente della Repubblica a ratificare, introdurrà l’istituto della kafala nel nostro ordinamento. L’articolo 2 dice: piena ed intera esecuzione è data alla Convenzione a partire da una data, che, sostanzialmente, possiamo prevedere sarà il 1° agosto o il 1° settembre.

Che cos’è la kafala? Nell’ordinamento islamico è vietata l’adozione, poiché i figli sono solo coloro generati da rapporti sessuali considerati legittimi, per cui all’interno del matrimonio. Per prendersi cura dei minori che non hanno chi si prenda cura di loro è previsto l’istituto della kafala, che è molto, molto diverso dall’istituto dell’adozione e da quello dell’affidamento, i quali attualmente, anche supponendo che avvenga il pieno recepimento di questa Convenzione nel nostro ordinamento, continuerebbero ad essere i soli istituti cui una famiglia italiana non islamica potrebbe far riferimento. La kafala prevede che ci sia un affidamento permanente, fino alla maggiore età, almeno nella forma in cui è citata nella Convenzione, che però, non comporta l’ingresso del minore nel nucleo familiare: il minore non matura alcun diritto ereditario; non diventa fratello dei figli della coppia alla quale viene affidato; non diventa nipote dei genitori di questa coppia; non diventa figlio di questi genitori. Addirittura, egli può essere sposato dai membri della sua famiglia, cioè da coloro che, se fosse un’adozione, chiameremmo fratelli o genitori.

Questo istituto, che è proprio del diritto islamico, come detto esplicitamente nella Convenzione, a causa degli abusi che venivano perpetrati attraverso di esso, è stato abolito nel Bahrein e la sua abolizione è in discussione (o, quantomeno, sono in discussione misure che ne limitino fortemente la pericolosità) in diversi altri Paesi a stragrande maggioranza islamica o, addirittura, fondati sul diritto islamico come – nientemeno – l’Arabia Saudita, che non è precisamente uno Stato ultraliberale, pericolosamente ostile all’Islam, ma esattamente il contrario.

Il Comitato per l’Islam italiano, costituito presso la Presidenza del Consiglio e il Ministero dell’interno nel 2010, ha stilato una relazione, della quale purtroppo non abbiamo avuto modo di avvalerci perché si è voluto procedere in gran fretta; da un estratto, apprendiamo però che questo Comitato, che – ripetiamo – raccoglie i rappresentanti delle principali organizzazioni islamiche in Italia, sostiene che il recepimento nel diritto italiano della kafala in cui risulti affidatario uno straniero non garantisce infatti un sufficiente controllo preventivo sulla effettiva rispondenza dell’affidamento agli interessi del minore, ad esempio per escludere che attraverso la kafala giungano in Italia spose bambine, o minori destinati a costituire una precoce forza lavoro. La ragione per cui in Bahrein è stato abolito questo istituto è che molti lavoratori, che venivano portati in quello Stato attraverso la kafala, venivano sfruttati a un livello paraschiavistico o, addirittura, sostanzialmente schiavistico, come è stato dichiarato anche da organismi ufficiali di altri Paesi che ancora non l’hanno abolito, ma che ne stanno studiando, quantomeno, la limitazione.

È stata una buona cosa votare lo stralcio, proposto dalle relatrici, delle norme che la Camera ha sciaguratamente approvato; menomale che c’è una seconda Camera che corregge gli errori gravissimi fatti dall’altra, perché è meglio una legge che necessiti un mese o due in più, piuttosto che una legge sbagliatissima. Per fortuna, quindi, sono stati saggiamente stralciati gli articoli che introducevano le norme di recepimento di tale istituto nel nostro diritto; tuttavia, non essendoci norme, non abbiamo neanche quelle che limitano i pericoli ad esso connessi. La raccomandazione che il Comitato per l’Islam italiano aveva fatto era che ci fossero delle norme, che prevenissero in modo attivo ed efficace possibili abusi.

Bisognerebbe andare a dare un’occhiata alla ragione per la quale la kafala è all’attenzione dell’opinione pubblica, o quantomeno degli organi di informazione che si occupano di tali questioni a livello internazionale. Se ricercate su Internet il termine «kafala» nei siti in inglese, vedrete che la maggior parte delle citazioni riguarda casi di gravissimo abuso di questo istituto. In particolare, viene citato il Qatar, dove addirittura si parla di centinaia di morti sul lavoro tra lavoratori che sono stati portati in quel Paese dall’estero attraverso la kafala.

Naturalmente, ci sono moltissime coppie che si vogliono avvalere di questo istituto per ottime ragioni, ma intanto si tratterebbe di introdurre in Italia un istituto che non è nella nostra storia, nel nostro diritto e dal quale sarebbero comunque escluse le famiglie di religione non musulmana (ci sarebbe, quindi, molto da dire sulla conformità all’articolo 3 della Costituzione).

Anche l’ordine del giorno formulato dalle relatrici, che è stato accolto, è apprezzabile e positivo. L’ordine del giorno invita il Governo a valutare (per cui in modo, per la verità, non troppo stringente, ma prendiamolo per buono) la compatibilità di questo istituto con la Costituzione e con l’ordinamento italiano. Ma non sarebbe meglio fare questa valutazione prima di approvare la Convenzione? Invece, prima l’approviamo e poi valutiamo se è compatibile con l’ordinamento italiano. L’ordine del giorno in sé è positivo, ma denuncia chiaramente che ci sono dei problemi.

Il problema non può essere risolto con la previsione che l’applicazione di questo istituto non può dar luogo a problemi di ordine pubblico, perché purtroppo i problemi sono di carattere fin troppo privato. Basta leggere, ad esempio, il rapporto che riguarda la condizione, in particolare, delle donne, peggio ancora se minorenni (poiché sarebbero solo minorenni in questo recepimento, perché ovviamente un maggiore d’età sotto tutela sarebbe totalmente incompatibile con il nostro diritto); basta leggere degli abusi subiti da donne da parte dei loro kafil, ossia delle persone che le adottano. Il titolo di uno dei principali di questi rapporti, redatto da Human rights watch, un’organizzazione internazionale altamente reputata, è «Io ti ho comprata»: è ciò che dicono i kafil che abusano, dal punto di vista sia lavorativo che sessuale, di queste donne, ovviamente spesso molto giovani. Ricordiamo che queste persone, pur facendoci pensare ad una forma come l’adozione, non vengono ritenute membri di famiglie, per cui non è incesto avere con esse rapporti. Sono altresì in un rapporto di debolezza, perché nel nostro Paese sarebbero completamente nelle mani di chi le adotta, che non assume nei loro confronti delle obbligazioni – ad esempio – a livello ereditario, e senza avere il diritto, sulla base delle leggi vigenti, di assumere la cittadinanza italiana, perché non sarebbero né figli né fratelli di cittadini italiani. Un’ulteriore possibilità di sfruttamento di questo istituto è il fatto che poi bisognerà inventarsi la forma per dare loro la cittadinanza.

Se sommiamo il pericolo – non lo dico solo io, ma anche il Comitato per l’Islam italiano con i rappresentanti dell’organizzazione islamica in Italia – delle spose bambine, dello sfruttamento del lavoro, dell’uso di questo istituto per portare in Italia persone che altrimenti non avrebbero titolo, direi che sarebbe molto meglio bocciare questo provvedimento o quanto meno – come abbiamo chiesto – ritardarne l’approvazione.

Pertanto, noi voteremo contro augurandoci che così faccia la maggioranza del Senato. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII. Congratulazioni).

MATTESINI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MATTESINI (PD). Signora Presidente, tra oggi e domani il Senato si accinge a votare due importantissimi provvedimenti che hanno al centro i diritti dei minori, un tema di cui la politica tutta si occupa in modo assolutamente insufficiente. Allora ben venga l’approvazione della ratifica secca della Convenzione dell’Aja, anche se con 16 anni di ritardo.

Sottolineo che la Convenzione dell’Aja si è resa obbligatoria anche a seguito della Convenzione sui diritti del fanciullo del 1989, che ha introdotto un profondo mutamento dell’approccio del diritto internazionale posto a tutela dell’infanzia e che dovrebbe essere il nostro faro tutte le volte che parliamo di bambini. All’articolo 3 essa recita: «In tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza delle istituzioni pubbliche o private, di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente». È esattamente quello che ci porta a ratificare questo provvedimento.

Ricordo che la kafala è un istituto assimilabile all’affido e non certo all’adozione e che, attraverso una procedura giudiziaria, determina l’accoglienza dei minori. È un istituto sconosciuto nel nostro Paese, ma che già molti Paesi europei, in adempimento alla stessa Convenzione, hanno approvato. Mi riferisco alla Francia, alla Spagna, al Lussemburgo e al Regno Unito.

È necessario che l’Italia ratifichi la Convenzione. Tra l’altro, siamo a rischio di infrazione. Occorre ratificare questa Convenzione perché essa regola nei dettagli le modalità di ogni specie di misura da emettersi a protezione dei minori, anche in considerazione della crescente dimensione dei flussi migratori e dell’evoluzione che caratterizza l’andamento dei cosiddetti matrimoni misti. La Convenzione disciplina le modalità di attuazione di alcune forme di protezione dei minori, con particolare attenzione ai casi in cui il minore destinatario di tali misure sia cittadino di uno Stato diverso da quello nel quale le stesse devono trovare concreta applicazione.

Tali misure sono elencate in maniera minuziosa nell’articolo 3 della Convenzione e sono: l’esercizio della responsabilità genitoriale, il diritto di affidamento e di visita, la tutela e la curatela, la rappresentanza e l’assistenza, l’amministrazione patrimoniale, ivi compreso il collocamento del minore in kafala previsto dagli ordinamenti statali a matrice islamica.

Occorre ricordare, per fare chiarezza, che la Convenzione, all’articolo 4, esclude in maniera esplicita, dal proprio campo di applicazione, l’adozione e le misure che la preparano. In questo dibattito sono state date informazioni e valutazioni sbagliate al riguardo.

Sottolineo che il testo su cui le due Commissioni congiunte hanno lavorato, e quindi il testo votato alla Camera, non si limitava alla mera ratifica della Convenzione fatta all’Aja, ma prevedeva anche una serie di norme di adeguamento all’ordinamento interno, che noi abbiamo deciso di stralciare.

Rivolgendomi soprattutto al collega Malan, che in questo momento non è presente in Aula, aver scelto di stralciare gli articoli è già un atto di grande rigore, rispetto alla consapevolezza che alcune scelte fatte nel testo approvato alla Camera mettevano, di fatto, in difficoltà l’adeguamento al nostro ordinamento. Tali norme andavano dunque stralciate – ad esempio – perché alla Camera il provvedimento era impostato sulla distinzione tra la protezione mediante kafala di un minore non in stato di abbandono e quella di un minore in stato di abbandono. E ciò, naturalmente, appare difficilmente armonizzabile con la disciplina attuale espressa dalla legge n. 184 del 1983, in quanto di fatto introduce l’affidamento internazionale. Ugualmente, lo stesso articolo 5 (che abbiamo stralciato) in qualche modo legittimava la preoccupazione che si potesse dare adito alla disciplina dell’adozione, aprendo di fatto una procedura parallela di adozione internazionale, aggirando la procedura di adozione già disciplinata dalla Convenzione dell’Aja del 1993. Pertanto, approvando la Convenzione in modo secco e stralciando gli articoli, abbiamo davvero fatto una scelta importante.

Vorrei però ricordare che, proprio perché la kafala era già prevista nella ratifica della Convenzione del fanciullo del 1989 – e quindi era già presente nel nostro ordinamento – è stata oggetto di ripetuti interventi dal parte del nostro sistema giudiziario. Non ultima è la sentenza del 2013 delle sezioni riunite della Cassazione che, oltre ad auspicare la ratifica della Convenzione dell’Aja del 1996, ribadisce che in ogni situazione in cui venga in rilievo l’interesse del minore deve esserne assicurata la prevalenza sugli eventuali interessi confliggenti e che, nell’interpretazione delle norme costituzionalmente orientata e nella loro doverosa produzione nel quadro costituzionale, cioè in ossequio al principio di eguaglianza, debbono essere vietate disparità di trattamento nei confronti dei minori bisognosi dei Paesi islamici. Nella stessa sentenza si ribadisce in modo chiaro che all’affidatario non sono conferiti i poteri di rappresentanza o tutela, che rimangono attribuiti alle autorità pubbliche competenti.

Sottolineo, quindi, ancora una volta, la giusta scelta che hanno fatto le due Commissioni di merito, che le due relatrici ci hanno proposto e che quest’Aula ha votato, di procedere alla ratifica secca della Convenzione, stralciando gli articoli che vanno dal 4 al 12 e l’articolo 14, nella piena consapevolezza però che dobbiamo procedere rapidamente alla definizione delle ulteriori norme di adeguamento stralciate, al fine di rendere applicabili, il prima possibile e in modo uniforme, le norme a tutela dei minori. Ribadisco, quindi, che approvare questo atto e procedere in tempi rapidi a dare corso all’impegno espresso in Aula da molti colleghi – a riprendere cioè il testo del disegno di legge già approvato alla Camera dei deputati – è importante anche per non trovarci nella paradossale situazione di aver ratificato la Convenzione e non avere gli strumenti effettivi per renderla operativamente attuabile.

Dichiarando il voto favorevole del Gruppo Partito Democratico, vorrei però concludere il mio intervento rivolgendomi a quei colleghi (sto pensando a Malan, Caliendo, Candiani ed altri) che, in modo – lasciatemelo dire – strumentale, hanno parlato dei problemi dei minori, della tratta e dei minori in stato di abbandono. Ricordo che quei 3.700 minori scomparsi dopo essere approdati sui nostri territori potrebbero reclamare dalla politica un rigore e una coerenza che non trovo, se penso ad ogni volta che quest’Aula, l’attuale Governo e anche gli altri del passato hanno proposto finanziamenti specifici, importanti. C’è bisogno di una politica di accoglienza perché quei minori non spariscano, non finiscano nella tratta o in quei percorsi che sono stati ricordati. Servono risorse, e in modo particolare per avere una prima accoglienza fatta in modo dignitoso, con una rete di comunità che possa permettere lo smistamento immediato dei minori. Occorre quindi coerenza. Non ho mai visto chi oggi in Aula ha strumentalmente ricordato questo tema votare a favore dell’impegno di risorse essenziali; anzi, abbiamo trovato nei loro voti e nelle loro dichiarazioni un’espressione di avversione rispetto a questi temi. Pertanto, nel ringraziare per il lavoro fatto per l’approvazione della Convenzione in esame, strumentalizzare i minori che dovrebbero essere il cuore della nostra attenzione politica è qualcosa che non accetto e che penso non sia accettabile, perché in Italia abbiamo una grande emergenza minori.

Noi siamo il Paese con la più alta denatalità in Europa e dovremmo partire dalla questione dei minori, per mettere al centro della nostra azione politica tutto quanto riguarda questo tema, iniziando dalla rapida approvazione nei prossimi mesi della parte oggi stralciata dal provvedimento. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Avverto che da parte delle relatrici è stata presentata la proposta di coordinamento C1, che è stata già distribuita e che si intende illustrata.

Ai sensi dell’articolo 103, comma 5, del Regolamento, la metto ai voti.

È approvata.

Procediamo dunque alla votazione finale.

GAETTI (M5S). Chiediamo che la votazione venga effettuata a scrutinio simultaneo mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori.

(La richiesta risulta appoggiata).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo del disegno di legge n. 1552 nel suo complesso, nel testo emendato, con il seguente titolo: «Ratifica ed esecuzione della Convenzione sulla competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l’esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure di protezione dei minori, fatta all’Aja il 19 ottobre 1996».

(Segue la votazione).

Il Senato approva. (v. Allegato B). (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Campanella).

Risulta pertanto assorbito il disegno di legge n. 572.

Come da intese intercorse tra i Gruppi, il seguito dell’esame del disegno di legge n. 1209 è rinviato ad altra seduta.

Allegato A

 

DISEGNO DI LEGGE

Ratifica ed esecuzione della Convenzione sulla competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l’esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure di protezione dei minori, fatta all’Aja il 19 ottobre 1996, nonché norme di adeguamento dell’ordinamento interno (1552) (V. nuovo titolo)

Ratifica ed esecuzione della Convenzione sulla competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l’esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure di protezione dei minori, fatta all’Aja il 19 ottobre 1996 (1552) (Nuovo titolo)

ORDINE DEL GIORNO

G100

STEFANI, CENTINAIO, ARRIGONI, BELLOT, BISINELLA, CALDEROLI, CANDIANI, COMAROLI, CONSIGLIO, CROSIO, DIVINA, MUNERATO, STUCCHI, TOSATO, VOLPI

Respinto

Il Senato,

Premesso che:

esaminato l’A.C. 1552 Ratifica ed esecuzione della Convenzione concernente la competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l’esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure di protezione dei minori, conclusa all’Aja il 19 ottobre 1996 (n. 572);

il fenomeno dei minori stranieri affidati ai servizi sociali ha assunto, negli ultimi anni, proporzioni vastissime e incontrollabili, a causa delle massicce ondate migratorie che hanno investito il nostro Paese;

nel mondo industrializzato i problemi dell’infanzia sono spesso connessi all’ondata dei flussi migratori: I minori, sradicati dal proprio ambiente naturale, in condizioni di povertà, diventano facilmente preda di situazioni di violazione dei diritti fondamentali, dallo sfruttamento del lavoro minorile all’accattonaggio, dallo sfruttamento sessuale all’utilizzo a fini di microcriminalità;

per la sua posizione geopolitica, l’Italia è stata da sempre esposta al fenomeno migratorio. In primo luogo poiché geograficamente protesa verso il mare e, di conseguenza, completamente predisposta ai flussi commerciali o migratori, sempre difficilmente controllabili nella loro interezza. In secondo luogo poiché, trovandosi al centro del Mar Mediterraneo, costituisce il confine meridionale del continente europeo, facilmente raggiungibile non solo dalla vicinissima Africa ma anche dal più lontano Medio Oriente. Al di là delle sterili cifre, il fenomeno migratorio è progressivamente divenuto più drammatico. L’immigrazione negli ultimi anni ha fatto registrare un aumento esponenziale anche a seguito della c.d. «primavera araba» ma soprattutto a causa della rivoluzione economico sociale che ha sconvolto il mondo negli ultimi venti anni;

il progetto mondialista, rivoluzione economica, politica e sociale che ha conformato il pensiero culturale alle logiche liberiste del mercato, ha scardinato l’identità e le economie di sussistenza (autoproduzione e autoconsumo) su cui le popolazioni del sud del Mondo avevano vissuto, e a volte prosperato, per secoli e millenni privandoli di quel tessuto di solidarietà familiare e comunitaria. In breve, il potere delle risorse prevale sul potere dell’uomo;

basti pensare che ai primi del Novecento l’Africa era alimentarmente autosufficiente. Lo era ancora, in buona sostanza (al 98 per cento), nel 1961. Ma da quando ha cominciato ad essere aggredita dall’integrazione economica le cose sono precipitate. L’autosufficienza è scesa all’89 per cento nel 1971, al 78 per cento nel 1978;

tutti gli «aiuti» non solo non sono riusciti a tamponare il fenomeno della fame, in Africa e altrove, ma lo hanno aggravato. Perché gli «aiuti» alle popolazioni del Terzo Mondo tendono ad integrarle maggiormente nel mercato economico mondiale. Ed è proprio questa integrazione, come dimostra la storia dell’ultimo mezzo secolo, che le fa ammalare ed esplodere;

prima quindi di affrontare il problema dei minori non accompagnati presenti nel nostro Paese con il solito approccio buonista dovremmo essere capaci di assumerci le nostre responsabilità storiche ma soprattutto dovremmo essere in grado di capire che è necessario un intervento in controtendenza fondato da un lato su un’azione forte di contrasto alla immigrazione di massa e dall’altro lato finalizzato a sviluppare interventi mirati di aiuto sul posto per le popolazioni sofferenti;

il Ministro dell’interno ha reso noto che sarebbero ben 600.000 le persone sulle coste dell’Africa in attesa di imbarcarsi per arrivare via mare in Italia;

se nel 2013 gli sbarchi sono stati 42.925, solo dall’inizio del 2014 gli arrivi hanno già superato quota 20.000 e il Viminale ha fatto sapere che il dato è di oltre 10 volte maggiore a quello registrato nello stesso periodo del 2013, un vero e proprio record;

secondo i dati del ministero dell’Interno dal gennaio 2014 i minori arrivati in Italia sono stati 6.722 di cui 4.598 non accompagnati per la maggior parte di nazionalità eritrea, somala ed egiziana;

il quinto rapporto ANCI 2011-2012 sui Minori non accompagnati rileva che il problema sta assumendo dimensioni emergenziali;

la Commissione antimafia della regione Sicilia nel maggio 2014 ha riportato un dato di non trascurabile importanza relativo alla fuga dai centri di prima accoglienza dell’Isola di 1030 minori immigrati.

la tutela dei minori e del loro equilibrato sviluppo è prioritaria, in quanto i bambini rappresentano il futuro della nostra società; è necessario affermare il diritto delle nuove generazioni a vivere pienamente il loro presente e a sviluppare le proprie potenzialità nel loro contesto familiare, affinché possano affrontare positivamente la loro vita;

il Principio VI della Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo del 1989 che afferma: «Il fanciullo, per lo sviluppo armonioso della sua personalità, ha bisogno di amore e di comprensione; egli deve, per quanto è possibile, crescere sotto le cure e la responsabilità dei genitori e, in ogni caso, in atmosfera d’affetto e di sicurezza materiale e morale. Salvo circostanze eccezionali, il bambino in tenera età non deve essere separato dalla madre»;

non è più accettabile l’atteggiamento ipocrita del Governo il quale continua a non volere attuare una corretta gestione dei flussi migratori verso il nostro Paese e si limita a scaricare le proprie responsabilità sugli enti locali che, già fortemente penalizzati dai tagli di risorse provocate dalla perdurante crisi e dalla mancata attuazione del federalismo fiscale, devono, in aggiunta, accollarsi spese enormi per l’erogazione di tali servizi, socio assistenziali, a scapito dei cittadini residenti;

il piano di accordi bilaterali elaborato al principio della XVI Legislatura al fine di impedire le partenze dai Paesi costieri dell’Africa, prima di essere interrotto, aveva contribuito in modo drastico a far diminuire gli sbarchi di immigrati sulle nostre coste;

con alcuni Stati, e specificamente con quelli a più alta pressione migratoria, è necessario perfezionare pacchetti di intese di portata più ampia che prevedano non soltanto accordi di immissione, ma anche intese di cooperazione di polizia, accordi in materia, di lavoro e progetti specifici volti alla presa in carico dei minori;

il dramma dell’immigrazione e dei suoi risvolti sociali sta toccando picchi emergenziali. I poteri dello Stato si trovano spesso senza mezzi tecnici economici e giuridici per fronteggiarne le derive più estreme. Come è avvenuto in passato in altre situazioni emergenziali (ad esempio nei fenomeni di contrasto al terrorismo negli anni di piombo, di contrasto alla mafia, di contrasto al terrorismo islamico) soltanto una legislazione speciale, accompagnata da deroghe ai trattati internazionali finalizzate alla sicurezza interna (ad esempio come avvenne durante il G8 Italia per quanto riguarda il trattato di Schengen) e accompagnata da una politica di accordi stabili bilaterali può consentire la reale tutela dell’interesse dei cittadini e degli stranieri regolarmente presenti nonché diminuire realmente la pressione migratoria e, quindi, le tragedie umanitarie «degli sbarchi» e quelle dei minori non accompagnati preda delle organizzazioni criminali;

se da un lato è necessario quindi operare al fine, di garantire la presa in carico dei minori stranieri non accompagnati presenti nel territorio italiano, dall’altro lato è fondamentale avviare una politica reale di contrasto all’immigrazione clandestina. È necessario, quindi, evitare anche solo sotto il profilo esclusivamente culturale la diffusione di un’apertura indiscussa, all’accoglienza, ipotizzando l’introduzione di misure assurde (come particolari deroghe alla normativa nazionale sulle adozioni e affido dei minori) che rischierebbero di alimentare il problema rappresentando nella disperazione vissuta dalle popolazioni colpite dalla povertà e dalle guerre una soluzione. Una soluzione che nella migliore delle ipotesi può garantire il futuro del singolo ma nei fatti rappresenta la negazione del futuro di un Popolo;

impegna il Governo a promuovere da un lato progetti di aiuto per le popolazioni del sud del mondo volti in primo luogo alla presa in carico dei minori e dall’altro lato ad adottare, fino a quando non verrà condivisa dall’Unione Europea una politica di intervento comune, anche attraverso l’utilizzo della normativa d’urgenza, norme speciali per contrastare i flussi migratori verso il nostro Paese, nonché ad assumere iniziative per prevedere la continuità del finanziamento di un fondo nazionale per l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati che non gravi sui bilanci dei comuni.

ARTICOLI 1, 2 E 3 NEL TESTO PROPOSTO DALLE COMMISSIONI RIUNITE

Art. 1.

Approvato

(Autorizzazione alla ratifica)

1. Il Presidente della Repubblica è autorizzato a ratificare la Convenzione sulla competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l’esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure di protezione dei minori, fatta all’Aja il 19 ottobre 1996, di seguito denominata: «Convenzione».

Art. 2.

Approvato

(Ordine di esecuzione)

1. Piena ed intera esecuzione è data alla Convenzione, a decorrere dalla data della sua entrata in vigore, in conformità a quanto disposto dall’articolo 61, paragrafo 2, lettera a), della medesima.

Art. 3.

Non posto in votazione (*)

(Autorità centrale italiana)

1. Ai fini della presente legge si intende per «autorità centrale italiana» il Ministero della giustizia – Dipartimento per la giustizia minorile.

2. Per lo svolgimento dei propri compiti l’autorità centrale italiana si avvale, ove necessario, della rappresentanza ed assistenza dell’Avvocatura dello Stato, nonché dei servizi minorili dell’amministrazione della giustizia e può chiedere l’assistenza degli organi della pubblica amministrazione e di tutti gli enti i cui scopi corrispondono alle funzioni che derivano dalla Convenzione.

________________

(*) Approvato l’emendamento 3.101 (testo 2), interamente sostitutivo dell’articolo.

EMENDAMENTI E ORDINI DEL GIORNO

3.100

MATTESINI, MICHELONI

Ritirato

Sopprimere l’articolo.

3.101

MICHELONI, MATTESINI (*)

V. testo 2

Sostituire l’articolo con il seguente:

«Art. 3. – 1. Ai fini della presente legge si intende per Autorità Centrale italiana la Presidenza del Consiglio dei Ministri Commissione adozioni internazionali».

________________

(*) Firma aggiunta in corso di seduta

3.101 (testo 2)

MICHELONI, MATTESINI

Approvato

Sostituire l’articolo con il seguente:

«Art. 3. – 1. Ai fini della presente legge si intende per Autorità Centrale italiana la Presidenza del Consiglio dei Ministri».

3.102

MUSSINI, DE CRISTOFARO, DE PETRIS, BENCINI, BIGNAMI, PETRAGLIA, Maurizio ROMANI

V. testo 2

Sostituire il comma 1 con il seguente:

«1. Ai fini della presente legge si intende:

a) per “autorità centrale italiana” il Ministero della giustizia – Dipartimento per la giustizia minorile;

b) per “autorità competente italiana” la Commissione per le adozioni internazionali costituita presso la Presidenza del Consiglio dei ministri ai sensi dell’articolo 38 della legge 4 maggio 1983, n. 184, e successive modificazioni, competente ad approvare, ai sensi dell’articolo 5 della presente legge, la proposta di assistenza legale, tramite kafala o istituto analogo, di un minore in stato di abbandono, emessa dall’autorità giudiziaria di un altro Stato contraente la Convenzione;

c) per “autorità competente straniera” l’autorità di un altro Stato contraente, competente ad adottare misure di protezione del minore e dei suoi beni, ai sensi degli articoli da 5 a 10 della Convenzione».

3.102 (testo 2)

MUSSINI, DE CRISTOFARO, DE PETRIS, BENCINI, BIGNAMI, PETRAGLIA, Maurizio ROMANI

Precluso dall’approvazione dell’em. 3.101 (testo 2)

Sostituire il comma 1 con il seguente:

«1. Ai fini della presente legge si intende:

a) per “autorità competente italiana” la Commissione per le adozioni internazionali costituita presso la Presidenza del Consiglio dei ministri ai sensi dell’articolo 38 della legge 4 maggio 1983, n. 184, e successive modificazioni, competente ad approvare, ai sensi dell’articolo 5 della presente legge, la proposta di assistenza legale, tramite kafala o istituto analogo, di un minore in stato di abbandono, emessa dall’autorità giudiziaria di un altro Stato contraente la Convenzione;

b) per “autorità centrale italiana” il Ministero della giustizia – Dipartimento per la giustizia minorile;

c) per “autorità competente straniera” l’autorità di un altro Stato contraente, competente ad adottare misure di protezione del minore e dei suoi beni, ai sensi degli articoli da 5 a 10 della Convenzione».

3.103

GIOVANARDI, D’ASCOLA, ALBERTINI, COMPAGNA, GASPARRI

Ritirato e trasformato nell’odg G3.103

Dopo il comma 1 inserire il seguente: «1-bis.Agli effetti delle previsioni di cui agli articoli 22 e 23, paragrafo 2, lettera d) della Convenzione, si considerano in ogni caso contrari all’ordine pubblico i provvedimenti di assistenza legale tramite Kafala o istituto analogo che risultino in contrasto con i princìpi di cui all’articolo 19 della Costituzione».

G3.103 (già em. 3.103)

GIOVANARDI, D’ASCOLA, ALBERTINI, COMPAGNA, GASPARRI

Respinto

Il Senato,

nell’ottica degli effetti delle previsioni di cui agli articoli 22 e 23, paragrafo 2, lettera d) della Convenzione,

impegna il Governo a considerare in ogni caso contrari all’ordine pubblico i provvedimenti di assistenza legale tramite kafala o istituto analogo che risultino in contrasto con i principi di cui all’articolo 19 della Costituzione.

3.104

BERTOROTTA, BUCCARELLA, CAPPELLETTI

Precluso dall’approvazione dell’em. 3.101 (testo 2)

Al comma 2, sopprimere le seguenti parole: «e di tutti gli enti i cui scopi corrispondono alle funzioni che derivano dalla convenzione».

3.105

BERTOROTTA, BUCCARELLA, CAPPELLETTI

Precluso dall’approvazione dell’em. 3.101 (testo 2)

Al comma 2, sostituire le parole: «e di tutti gli enti i cui scopi corrispondono alle funzioni che derivano dalla convenzione» con le seguenti: «, con particolare riferimento all’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza di cui alla legge 12 luglio 2011, n. 112».

G3.100

DI BIAGIO

V. testo 2

Il Senato,

in sede di esame del disegno di legge n. 1552 e connesso – Ratifica convenzione Aja protezione minori premesso che:

la definizione del testo del disegno di legge all’esame Senato è il punto di approdo di una scelta condivisa tra Governo e buona parte dei parlamentari, circa l’urgenza di procedere rapidamente alla ratifica della Convenzione sussistendo una procedura di infrazione in capo all’Italia per il ritardo finora maturato;

tra i vari provvedimenti che ricadono nell’ambito di applicazione della Convenzione oggetto della ratifica in esame, sono inclusi quelli della kafala, unico istituto giuridico in grado di consentire l’accoglienza in famiglia dei minori il cui Paese d’origine non conosce l’adozione, come avviene in alcuni Paesi islamici tra cui il Marocco, nei cui orfanotrofi e istituti vivono circa 65.000 minori abbandonati. L’istituto della kafala, rientrando tra quelli indicati nella Convenzione ONU del 1989, dovrebbe essere riconosciuto per effetto della ratifica della Convenzione del 1996 al fine di essere regolamentato nei singoli ordinamenti;

si è inteso «stralciare» una parte del testo del disegno di legge governativo, in particolare all’articolato relativo all’istituto della kafala, quale forma di affidamento familiare, previsto come unica misura di protezione del minore in stato di abbandono negli ordinamenti islamici, in rapporto agli istituti giuridici previsti dal nostro ordinamento, al fine di dare seguito celermente alla ratifica della Convenzione, rimandando ad una fase successiva l’approfondimento delle disposizioni maggiormente controverse;

in sede referente, il rappresentante di Governo ha espressamente affermato che sarebbe stato preferibile approvare il testo nella sua integrità ma che in assenza di un accordo, in tempi rapidi, sul contenuto del provvedimento, era preferibile procedere nell’immediato ad una pura e semplice ratifica, lasciando ad una fase successiva la definizione delle norme di adeguamento dell’ordinamento interno nel corso dell’esame del provvedimento sono emerse sul fronte parlamentare delle posizioni alquanto critiche verso l’istituto della kafala, che sembrano essere amplificate dallo scenario storico-politico entro il quale sono inquadrati gli istituti la cui ispirazione va ricercata nel diritto islamico;

Sarebbe stato auspicabile, proprio come sottolineato dal Governo, che il disegno di legge venisse approvato nella sua completezza, anche perché, privando il provvedimento di alcune sue parti il rischio di snaturamento della ratio dello stesso non potrebbe essere escluso,

impegna il Governo:

a valutare l’opportunità di supportare l’approfondimento e la trattazione dei punti «stralciati» in sede referente dal provvedimento in titolo, con particolare riferimento alla disciplina connessa all’istituto della Kafala, al fine di dare piena e coerente attuazione alla Convenzione che, allo stato attuale, risulterebbe parziale.

G3.100 (testo 2)

DI BIAGIO

Non posto in votazione (*)

Il Senato,

in sede di esame del disegno di legge n. 1552 e connesso – Ratifica convenzione Aja protezione minori premesso che:

la definizione del testo del disegno di legge all’esame Senato è il punto di approdo di una scelta condivisa tra Governo e buona parte dei parlamentari, circa l’urgenza di procedere rapidamente alla ratifica della Convenzione sussistendo una procedura di infrazione in capo all’Italia per il ritardo finora maturato;

tra i vari provvedimenti che ricadono nell’ambito di applicazione della Convenzione oggetto della ratifica in esame, sono inclusi quelli della kafala, unico istituto giuridico in grado di consentire l’accoglienza in famiglia dei minori il cui Paese d’origine non conosce l’adozione, come avviene in alcuni Paesi islamici tra cui il Marocco, nei cui orfanotrofi e istituti vivono circa 65.000 minori abbandonati. L’istituto della kafala, rientrando tra quelli indicati nella Convenzione ONU del 1989, dovrebbe essere riconosciuto per effetto della ratifica della Convenzione del 1996 al fine di essere regolamentato nei singoli ordinamenti;

si è inteso «stralciare» una parte del testo del disegno di legge governativo, in particolare all’articolato relativo all’istituto della kafala, quale forma di affidamento familiare, previsto come unica misura di protezione del minore in stato di abbandono negli ordinamenti islamici, in rapporto agli istituti giuridici previsti dal nostro ordinamento, al fine di dare seguito celermente alla ratifica della Convenzione, rimandando ad una fase successiva l’approfondimento delle disposizioni maggiormente controverse;

in sede referente, il rappresentante di Governo ha espressamente affermato che sarebbe stato preferibile approvare il testo nella sua integrità ma che in assenza di un accordo, in tempi rapidi, sul contenuto del provvedimento, era preferibile procedere nell’immediato ad una pura e semplice ratifica, lasciando ad una fase successiva la definizione delle norme di adeguamento dell’ordinamento interno nel corso dell’esame del provvedimento sono emerse sul fronte parlamentare delle posizioni alquanto critiche verso l’istituto della kafala, che sembrano essere amplificate dallo scenario storico-politico entro il quale sono inquadrati gli istituti la cui ispirazione va ricercata nel diritto islamico;

Sarebbe stato auspicabile, proprio come sottolineato dal Governo, che il disegno di legge venisse approvato nella sua completezza, anche perché, privando il provvedimento di alcune sue parti il rischio di snaturamento della ratio dello stesso non potrebbe essere escluso,

impegna il Governo a valutare l’opportunità di supportare l’approfondimento e la trattazione dei punti «stralciati» in sede referente dal provvedimento in titolo, con particolare riferimento alla disciplina connessa all’istituto della kafala, al fine di dare piena e coerente attuazione alla Convenzione.

________________

(*) Accolto dal Governo

G3.700

Le Relatrici

Non posto in votazione (*)

Il Senato,

nell’ottica degli effetti delle previsioni di cui agli articoli 22 e 23, paragrafo 2, lettera d) della Convenzione,

impegna il Governo a valutare la compatibilità dei provvedimenti di assistenza legale tramite kafala o istituto analogo ai principi costituzionali e del nostro ordinamento.

________________

(*) Accolto dal Governo

PROPOSTA DI STRALCIO

S4.100

LE COMMISSIONI RIUNITE

Approvata

Stralciare gli articoli da 4 a 12 e 14.

ARTICOLI 4 E 5 NEL TESTO PROPOSTO DALLE COMMISSIONI RIUNITE

Art. 4.

Stralciato

(Affidamento o assistenza legale del minore non in stato di abbandono)

1. Allorché un’autorità competente straniera prospetta, ai sensi dell’articolo 33 della Convenzione, il collocamento o l’assistenza legale di un minore, che non si trova in situazione di abbandono, presso una persona, una famiglia o una struttura di accoglienza, e la misura comporta il collocamento del minore nel territorio italiano, essa consulta l’autorità centrale italiana, informandola sui motivi della proposta e sulla complessiva situazione del minore. L’autorità centrale italiana trasmette gli atti al procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni del distretto in cui si propone il collocamento del minore, il quale, valutata la regolarità della proposta, presenta ricorso al tribunale per i minorenni perché sia autorizzata l’assistenza legale.

2. Il tribunale per i minorenni può chiedere, tramite l’autorità centrale italiana, ulteriori informazioni sulla situazione del minore, anche al fine di accertare che non sussista una situazione di abbandono del minore, nonché la documentazione che attesti l’informazione fornita al minore, il suo ascolto, tenuto conto della sua età e maturità, e il suo consenso, se richiesti dalla legislazione dello Stato d’origine. Il tribunale assume, anche attraverso i servizi socio-assistenziali degli enti locali, singoli o associati, ovvero le aziende sanitarie locali od ospedaliere, le necessarie informazioni sulla persona, sulla famiglia o sulla struttura individuata per l’accoglienza o l’assistenza legale e approva o respinge con decreto motivato, reclamabile entro quindici giorni presso la corte d’appello dal pubblico ministero e dagli aspiranti all’assistenza legale, la proposta misura di protezione, dandone comunicazione all’autorità centrale italiana. In ogni caso il decreto definitivo è comunicato dal tribunale per i minorenni all’autorità centrale italiana.

3. In ogni caso il tribunale per i minorenni verifica la sussistenza dei seguenti requisiti nella persona o nella famiglia individuata per l’accoglienza o l’assistenza legale:

a) capacità di provvedere all’educazione, all’istruzione e al mantenimento del minore;

b) disponibilità a favorire il mantenimento delle relazioni del minore con la sua famiglia e con la cultura del Paese d’origine;

c) non sottoposizione a misure di sicurezza personali o a misure di prevenzione; assenza di condanne per i reati previsti dall’articolo 380 del codice di procedura penale, nonché, limitatamente ai delitti non colposi, dall’articolo 381 del codice di procedura penale, ovvero per reati contro la moralità pubblica e il buon costume, la famiglia, la persona o in materia di stupefacenti o immigrazione; agli effetti del requisito previsto dalla presente lettera, si considera condanna anche l’applicazione della pena su richiesta delle parti ai sensi dell’articolo 444 del codice di procedura penale;

d) possesso, da parte di almeno uno dei soggetti indicati all’alinea, dei requisiti di cui all’articolo 29, comma 3, del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni, e, per i cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea, anche dei requisiti di cui all’articolo 28, comma 1, del medesimo testo unico di cui al decreto legislativo n. 286 del 1998, e successive modificazioni.

4. L’autorità centrale italiana trasmette il decreto del tribunale per i minorenni, di cui al comma 2, all’autorità competente straniera, all’ufficio consolare italiano all’estero, al giudice tutelare, ai servizi socio-assistenziali del luogo in cui si stabilirà il minore, alla questura territorialmente competente, nonché alla persona, alla famiglia o alla struttura individuata per l’accoglienza o l’assistenza legale del minore.

5. L’ufficio consolare italiano all’estero, ricevuta la formale comunicazione del decreto di approvazione della misura di protezione emesso dal tribunale per i minorenni, rilascia il visto d’ingresso in Italia in favore del minore.

6. Il visto d’ingresso di cui al comma 5 è comunicato alle competenti autorità dello Stato straniero a cura dell’autorità centrale italiana. A seguito della comunicazione il minore può entrare nel territorio dello Stato. Il questore territorialmente competente rilascia, ai sensi dell’articolo 5 del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni, al minore non in possesso della cittadinanza di uno Stato membro dell’Unione europea il permesso di soggiorno per assistenza legale, di durata biennale, rinnovabile per periodi di eguale durata qualora permangano le condizioni previste per il rilascio.

7. Il minore, il cui ingresso nel territorio dello Stato è stato autorizzato ai sensi del comma 6, dal momento dell’ingresso gode di tutti i diritti riconosciuti dalla legislazione italiana al minore in affidamento familiare. I servizi socio-assistenziali degli enti locali assistono il minore e la persona, la famiglia o la struttura che lo accoglie, segnalando alla procura della Repubblica presso il tribunale per i minorenni eventuali difficoltà, per le iniziative di competenza.

8. Il presente articolo non si applica ai minori accolti nel territorio italiano nell’ambito di programmi solidaristici di accoglienza temporanea.

Art. 5.

Stralciato

(Assistenza legale del minore in situazione di abbandono)

1. L’assistenza legale di un minore in situazione di abbandono residente in uno Stato estero è consentita ai residenti in Italia in possesso dei requisiti di cui all’articolo 6 della legge 4 maggio 1983, n. 184, e successive modificazioni.

2. Gli aspiranti all’assistenza legale presentano la richiesta all’autorità competente italiana, indicando l’ente autorizzato di cui all’articolo 39-ter della legge 4 maggio 1983, n. 184, o il servizio pubblico di cui all’articolo 39-bis, comma 2, della medesima legge, incaricato di assisterli nel procedimento.

3. L’autorità competente italiana, avvalendosi dell’ente autorizzato o del servizio pubblico di cui al comma 2, invia all’autorità competente straniera la richiesta, unitamente alle relazioni dei servizi socio-assistenziali degli enti locali e a una specifica relazione sull’attitudine degli aspiranti a provvedere all’accoglienza di un minore in regime di assistenza legale.

4. L’ente autorizzato o il servizio pubblico di cui al comma 2 del presente articolo svolge le attività di cui all’articolo 31, comma 3, della legge 4 maggio 1983, n. 184, e successive modificazioni.

5. L’autorità competente italiana riceve dall’autorità competente straniera, tramite l’ente autorizzato o il servizio pubblico di cui al comma 2, la proposta di accoglienza del minore in regime di assistenza legale. La proposta deve essere corredata della documentazione attestante:

a) la situazione di abbandono del minore;

b) l’impossibilità di collocamento familiare del minore nello Stato di provenienza;

c) che i consensi richiesti dalla legislazione dello Stato di origine per il collocamento del minore in assistenza legale sono stati prestati dai soggetti a ciò tenuti, nelle forme previste e solo successivamente alla nascita del minore, in modo libero e consapevole e senza aver ricevuto alcun vantaggio, patrimoniale o non patrimoniale, per sé o per altri;

d) l’informazione fornita al minore, il suo ascolto, tenuto conto della sua età e maturità, e il suo consenso, se richiesti dalla legislazione dello Stato di origine;

e) l’identità, la situazione del minore, la sua evoluzione personale e familiare, l’anamnesi sanitaria nonché le sue eventuali necessità particolari.

6. Se dalla documentazione trasmessa emergono le circostanze di cui al comma 5, l’autorità competente italiana, tenuto conto del superiore interesse del minore, approva la proposta di assistenza legale e ne informa l’ente autorizzato o il servizio pubblico di cui al comma 2, il tribunale per i minorenni e i servizi socio-assistenziali del luogo in cui risiedono gli aspiranti all’assistenza legale.

7. Nessun contatto può aver luogo fra gli aspiranti all’assistenza legale e i genitori del minore o qualsiasi altra persona che ne abbia la custodia o di cui sia necessario il consenso, prima che l’autorità competente italiana abbia approvato la proposta di assistenza legale secondo quanto previsto dal comma 6.

8. L’autorità competente italiana, ricevuta la comunicazione del provvedimento con cui l’autorità competente straniera ha disposto l’assistenza legale del minore in situazione di abbandono e ha autorizzato il trasferimento permanente del minore in Italia, tenuto conto del superiore interesse del minore ne autorizza l’ingresso in Italia e trasmette il provvedimento all’ufficio consolare italiano all’estero, al tribunale per i minorenni, al giudice tutelare, all’ente autorizzato di cui al comma 2, ai servizi socio-assistenziali del luogo in cui si stabilirà il minore e alla questura territorialmente competente.

9. Gli uffici consolari italiani all’estero collaborano, per quanto di competenza, per il buon esito della procedura e, ricevuta da parte dell’autorità competente italiana la formale comunicazione dell’autorizzazione di cui al comma 8, rilasciano il visto d’ingresso a favore del minore.

10. Il minore, autorizzato dall’autorità centrale ai sensi del presente articolo, può entrare nel territorio dello Stato. Il questore territorialmente competente rilascia, ai sensi dell’articolo 5 del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni, al minore non in possesso della cittadinanza di uno Stato membro dell’Unione europea il permesso di soggiorno per assistenza legale, di durata biennale, rinnovabile per periodi di eguale durata qualora permangano le condizioni previste per il rilascio.

11. Il minore, il cui ingresso nel territorio dello Stato è stato autorizzato dall’autorità competente italiana ai sensi del comma 10, dal momento dell’ingresso gode di tutti i diritti riconosciuti dalla legislazione italiana al minore in affidamento familiare. Ai fini di una corretta integrazione familiare e sociale, i servizi socio-assistenziali degli enti locali assistono il minore e la famiglia che lo accoglie in regime di assistenza legale, riferendo periodicamente al tribunale per i minorenni sull’andamento dell’inserimento e segnalando le eventuali difficoltà per gli opportuni interventi.

12. Il giudice tutelare provvede a conferire ai coniugi che accolgono il minore le funzioni di tutore e di protutore ai sensi dell’articolo 346 del codice civile. Si applica, in quanto compatibile, l’articolo 348, commi secondo, terzo e quarto, del codice civile.

13. Si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni degli articoli 33, 37 e 37-bis della legge 4 maggio 1983, n. 184, e successive modificazioni.

EMENDAMENTO

5.100

Mario MAURO

Precluso dall’approvazione della proposta di stralcio S4.100

Al comma 13, dopo le parole: «37 e», sopprimere le seguenti: «e 37-bis».

ARTICOLI DA 6 A 15 NEL TESTO PROPOSTO DALLE COMMISSIONI RIUNITE

Art. 6.

Stralciato

(Conversione del permesso di soggiorno)

1. Al minore non in possesso della cittadinanza di uno Stato membro dell’Unione europea, che ha fatto ingresso nel territorio dello Stato ai sensi degli articoli 4 e 5 della presente legge, si applicano le disposizioni dell’articolo 32 del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni.

2. Al minore di cui al comma 1 del presente articolo non si applicano le disposizioni dell’articolo 29, commi 2 e 5, del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni.

Art. 7.

Stralciato

(Collocamento all’estero del minore residente in territorio italiano)

1. Quando la competente autorità giudiziaria italiana prospetta, ai sensi dell’articolo 33 della Convenzione, il collocamento di un minore stabilmente residente in territorio italiano presso una persona, una famiglia o una struttura di accoglienza di un altro Stato contraente la Convenzione, trasmette il relativo provvedimento motivato, insieme con un rapporto sul minore, all’autorità centrale italiana, che inoltra tale documentazione all’autorità competente dello Stato contraente nel quale deve avvenire il collocamento.

2. L’autorità centrale italiana, ricevuto il provvedimento emesso dall’autorità dello Stato richiesto, lo trasmette all’autorità giudiziaria italiana di cui al comma 1.

3. L’autorità giudiziaria italiana di cui al comma 1, ricevuto l’atto dell’autorità dello Stato richiesto che approva la proposta di collocamento, adotta il provvedimento di affidamento del minore e lo trasmette all’autorità centrale italiana, che lo inoltra all’autorità dello Stato richiesto.

Art. 8.

Stralciato

(Provvedimenti provvisori e urgenti)

1. Il tribunale per i minorenni del luogo ove si trovano il minore o i suoi beni è competente ad adottare i provvedimenti provvisori e urgenti previsti dagli articoli 6, 11 e 12 della Convenzione. Del provvedimento è dato avviso all’autorità centrale italiana.

Art. 9.

Stralciato

(Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184)

1. All’articolo 71, primo comma, della legge 4 maggio 1983, n. 184, dopo le parole: «in violazione delle norme di legge in materia di adozione,» sono inserite le seguenti: «ovvero delle disposizioni di cui alla legge di ratifica ed esecuzione della Convenzione sulla competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l’esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure di protezione dei minori, fatta all’Aja il 19 ottobre 1996, nonché delle relative norme di adeguamento dell’ordinamento interno,».

2. All’articolo 72, primo comma, della legge 4 maggio 1983, n. 184, dopo le parole: «in violazione delle disposizioni della presente legge,» sono inserite le seguenti: «ovvero della legge di ratifica ed esecuzione della Convenzione sulla competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l’esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure di protezione dei minori, fatta all’Aja il 19 ottobre 1996, nonché delle relative norme di adeguamento dell’ordinamento interno,» e dopo le parole: «a cittadini italiani» sono inserite le seguenti: «, ovvero a soggetti stabilmente residenti nel territorio italiano,».

3. All’articolo 72-bis della legge 4 maggio 1983, n. 184, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 1, dopo le parole: «inerenti all’adozione di minori stranieri» sono inserite le seguenti: «, ovvero all’assistenza legale di minori in situazione di abbandono di cui all’articolo 5 della legge di ratifica ed esecuzione della Convenzione sulla competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l’esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure di protezione dei minori, fatta all’Aja il 19 ottobre 1996,»;

b) al comma 3, dopo le parole: «per l’adozione di minori stranieri,» sono inserite le seguenti: «ovvero per l’assistenza legale di minori in situazione di abbandono di cui all’articolo 5 della legge di ratifica ed esecuzione della Convenzione sulla competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l’esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure di protezione dei minori, fatta all’Aja il 19 ottobre 1996,».

Art. 10.

Stralciato

(Modifiche alla legge 31 maggio 1995, n. 218)

1. Alla legge 31 maggio 1995, n. 218, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) all’articolo 2, dopo il comma 1 è inserito il seguente:

«1-bis. Il richiamo a convenzioni nominatamente indicate, fatto nella presente legge, deve intendersi sempre riferito a quelle sostitutive delle stesse, se firmate e ratificate dall’Italia ovvero se firmate e ratificate dall’Unione europea, qualora vincolanti per l’Italia»;

b) all’articolo 42, comma 1, le parole: «Convenzione dell’Aja del 5 ottobre 1961, sulla competenza delle autorità e sulla legge applicabile in materia di protezione dei minori, resa esecutiva con la legge 24 ottobre 1980, n. 742» sono sostituite dalle seguenti: «Convenzione dell’Aja del 19 ottobre 1996, sulla competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l’esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure di protezione dei minori, resa esecutiva con la relativa legge di ratifica ed esecuzione. Si applicano le norme di adeguamento dell’ordinamento interno previste nella medesima legge».

Art. 11.

Stralciato

(Misure di protezione disposte da Stati non aderenti alla Convenzione)

1. Le disposizioni degli articoli 4, 5 e 6 si applicano, in quanto compatibili, anche alle misure di protezione che comportano il collocamento nel territorio italiano di un minore residente in uno Stato non aderente alla Convenzione né firmatario di accordi bilaterali.

2. Le disposizioni dell’articolo 7 si applicano, in quanto compatibili, anche alle misure di protezione che comportano il collocamento di un minore residente nel territorio italiano in uno Stato non aderente alla Convenzione né firmatario di accordi bilaterali.

Art. 12.

Stralciato

(Disposizioni attuative)

1. Con regolamenti da emanare ai sensi dell’articolo 17, comma 1, della legge 23 agosto 1988, n. 400, e successive modificazioni, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con i Ministri degli affari esteri, dell’interno, della giustizia e del lavoro e delle politiche sociali, sono disciplinate le specifiche modalità operative per l’attuazione degli articoli 4 e 5 della presente legge.

Art. 13.

Approvato

(Clausola di invarianza finanziaria)

1. Dall’attuazione delle disposizioni contenute nella presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Le pubbliche amministrazioni interessate all’attuazione delle disposizioni della presente legge vi provvedono con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente.

Art. 14.

Stralciato

(Norme transitorie)

1. Fermo restando quanto disposto dall’articolo 8 della legge 31 maggio 1995, n. 218, le disposizioni di cui all’articolo 10, comma 1, lettera b), della presente legge si applicano ai giudizi instaurati a decorrere dalla data della sua entrata in vigore.

2. La presente legge si applica alle istanze finalizzate all’ingresso di un minore straniero, in affidamento o in assistenza legale, presentate a decorrere dalla data della sua entrata in vigore.

Art. 15.

Approvato

(Entrata in vigore)

1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

PROPOSTA DI COORDINAMENTO

C1

Le Relatrici

Approvata

Nel Titolo sopprimere le seguenti parole: «, nonché norme di adeguamento dell’ordinamento interno».

DISEGNO DI LEGGE DICHIARATO ASSORBITO A SEGUITO DELL’APPROVAZIONE DEL DISEGNO DI LEGGE N. 1552

Ratifica ed esecuzione della Convenzione concernente la competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l’esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure di protezione dei minori, conclusa all’Aja il 19 ottobre 1996 (572)

________________

N.B. Per il disegno di legge n. 572 dichiarato assorbito a seguito dell’approvazione del disegno di legge n. 1552 si rinvia all’Atto Senato 1552 e 572-A.

Allegato B

Pareri espressi dalla 1a e dalla 5a Commissione permanente sul testo dei disegni di legge nn. 1552 e 572 e sui relativi emendamenti

La 1a Commissione permanente, esaminato il testo proposto all’Assemblea dalla Commissione di merito per i disegni di legge in titolo, nonché i relativi emendamenti esprime, per quanto di competenza, parere non ostativo.

La Commissione programmazione economica, bilancio, esaminato il disegno di legge in titolo e i relativi emendamenti trasmessi dall’Assemblea, esprime, per quanto di propria competenza, parere non ostativo sul testo nel presupposto dell’approvazione delle proposte di stralcio e sugli emendamenti.

 ***

RELAZIONE APPROVATA DAL COMITATO PER L’ISLAM ITALIANO

seduta del 14 luglio 2010

Come noto, la kafala costituisce, nel diritto islamico e quindi nella legislazione di molti Paesi,  un efficace strumento giuridico per assicurare, attraverso l’  “affidamento”   a persone adulte,  una forma di tutela e di assistenza ai minori in difficoltà..

Risponde dunque al “superiore interesse dei minori”  che alla kafala  venga riconosciuta rilevanza giuridica all’interno del sistema  italiano, ed in genere di tutti quegli ordinamenti che pur non si ispirano al diritto islamico.

Si tratta di una problematica che coinvolge questo Comitato, in quanto il riconoscimento della funzione sociale della kafala appare utile al fine di favorire l’armonico inserimento nel tessuto sociale italiano di “quanti si riconoscono nella fede islamica”; inoltre  il tema riguarda il Ministero dell’Interno, sia per gli evidenti riflessi sulla politica dell’ immigrazione, sia perché in esso si manifesta l’interdipendenza “tra le politiche di sicurezza” e quelle “di garanzia dei diritti civili e sociali”.

Finora in Italia la kafala   ha assunto rilevanza giuridica attraverso la giurisprudenza della Corte di Cassazione che  ha ritenuto necessario  accogliere un’interpretazione “costituzionalmente orientata” delle norme sul ricongiungimento familiare  stabilendo  che  la così detta kafala costituisce titolo legittimante per ottenere l’ingresso nel nostra Paese del minore che sia stato affidato, attraverso tale procedura,  ad uno straniero residente in Italia. Ciò in quanto    una pregiudiziale esclusione   del requisito per il ricongiungimento familiare per i minori affidati in kafala, penalizzerebbe (anche con vulnus al principio di eguaglianza) tutti i minori, di paesi mussulmani, illegittimi, orfani o comunque in stato di abbandono, per i quali la kafala è   l’unico istituto di protezione previsto dagli ordinamenti islamici, non essendo l’adozione consentita dal Corano (sentenze della Corte   n. 7472 del 20 marzo 2008 e n. 1908 del 28 gennaio 2010).

 La giurisprudenza ha  soggiunto che questa efficacia può essere riconosciuta solo alla kafala  che non derivi da un mero accordo fra privati ma abbia superato il vaglio di  un ufficio giudiziario.

Con la recente sentenza n.  4868  del 1° marzo 2010 la Corte di Cassazione ha però escluso che la kafala possa legittimare l’ingresso in Italia di un bambino affidato a  cittadini italiani (ancorchè nel caso di specie marocchini di nascita); ciò   nel (giustificato)  timore che simile ampliamento della portata della kafala possa condurre ad un aggiramento , di fatto se non di diritto, delle norme sull’adozione internazionale.

Il sistema così “creato” in via  giurisprudenziale appare  –inevitabilmente-  per un verso troppo elastico, e per altro verso troppo rigido.

Il recepimento nel diritto italiano della kafala (sia pur giudiziale) in cui risulti affidatario uno straniero non garantisce infatti   un  sufficiente controllo preventivo sulla effettiva rispondenza dell’affidamento agli interessi del  minore.  Ad esempio per escludere che attraverso la kafala giungano in Italia “spose bambine”; o minori destinati a costituire una precoce “forza lavoro”, o comunque a condizioni di vita che non garantiscano il loro adeguato sviluppo. E’ d’altronde evidente come l’autorità giudiziaria del Paese mussulmano possa incontrare difficoltà nel raccogliere dati ed informazioni sulle condizioni di vita di residenti in Italia.

Ci si deve dunque affidare ai controlli successivi,  sempre ipotetici  e fortemente traumatici per il minore.

Mentre, per altro verso, la pronuncia della Cassazione 4868/2010, al ragionevole scopo di impedire elusioni alla legislazione sull’adozione internazionale, viene di fatto ad escludere che bambini islamici, che si trovino in un Paese islamico, vengano affidati a cittadini italiani; con la conseguenza che i bambini vengono privati della possibilità di inserirsi in famiglie  già molto ben integrate nella società italiana; inoltre  si sottrae  ai cittadini italiani di religione islamica   una possibilità che viene invece riconosciuta a coloro che non hanno ancora conseguito la cittadinanza.

L’occasione per superare queste antinomie  è costituita delle norme    con  cui deve essere data attuazione in Italia alla   convenzione concernente la competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l’esecuzione e la cooperazione in materia di potestà genitoriale e di misure di protezione dei minori, conclusa il 19 ottobre 1996 nel contesto della conferenza dell’Aia di diritto internazionale privato, e firmata dall’Italia il 10 aprile 2003.

L’emanazione della legge di recepimento è, del resto, imposta  dalla decisione del Consiglio della Comunità Europea del  5 giugno 2008 n. 2008/431/CE (che ha superato la precedente e non vincolante decisione del 19 dicembre 2002).

Giova ricordare che  la decisione  n. 2008/431/CE e   aveva fissato nel 5 giugno  2010 il termine per l’ adempimento, perciò l’Italia si trova sottoposta a pressanti sollecitazioni ad uniformarsi alla pronuncia comunitaria. Mentre –a quanto risulta- hanno già concluso le procedure di ratifica ed adesione: Francia, Germania, Paesi Bassi, Portogallo, Irlanda, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Lituania, Ungheria, Slovenia, Slovacchia e Romania.

La citata convenzione dell’Aja prevede all’art. 33 che : “quando prospetta il collocamento del minore in una famiglia di accoglienza o in un istituto, o la sua assistenza legale tramite kafala o istituto analogo, e quando tale collocamento o assistenza avverrà in un altro Stato contraente, l’autorità competente ai sensi degli articoli 5–10 consulterà preliminarmente l’Autorità centrale o un’altra autorità competente di quest’ultimo Stato. A tal fine le comunicherà un rapporto sul minore e i motivi della sua proposta di collocamento o assistenza.    La decisione sul collocamento o l’assistenza potrà essere presa nello Stato richiedente solo se l’Autorità centrale o un’altra autorità competente dello Stato richiesto avrà approvato tale collocamento o assistenza, tenuto conto del superiore interesse del minore” (la kafala  è   espressamente prevista anche nel 3° comma dell’art. 20 della convenzione di New York 20 novembre 1989 ratificata dall’Italia nel 1991) .

In base al citato articolo 33 le autorità di uno Stato partecipe della Convenzione dell’Aja (ad esempio il Marocco) dovranno chiedere il preventivo assenso dello Stato Italiano  quando persone  residenti in Italia chiedano    l’affidamento in kafala di un minore residente in Marocco. E ben può la nostra legge stabilire che l’Autorità italiana Competente accordi il proprio assenso solo sulla base di una delibazione favorevole compiuta dal Tribunale per i Minori, che potrà entrare in collaborazione con le autorità dello Stato di provenienze dei minori.

A questo proposito, appare opportuno distinguere due ipotesi, a seconda che il minore sia o meno in stato di abbandono.

Nel primo  caso infatti la kafala   svolge una funzione sociale simile a quella propria di  una adozione internazionale (come noto non consentita dal diritto islamico); è  quindi logico che l’Italia subordini il proprio assenso ai medesimi requisiti ed ai medesimi controlli che sussistono  per l’adozione internazionale. Limiti   particolarmente necessari  nel nostro Paese ove    è  molto alta la domanda di bambini in adozione.

Invece nel secondo caso, di kafala  di bambini non in stato di abbandono ma che vengono affidati a una famiglia amica o a parenti (o a un istituto) perché siano allevati in Italia,  il  controllo -pur rigoroso- può non assumere le forme ed i vincoli  propri dell’adozione internazionale.

E’ poi evidente come il corretto espletamento dei controlli preventivi nella fase di formazione della kafala,  consenta alle autorità italiane (in specie al  Tribunale per i Minori) di acquisire dati ed elementi utili per il monitoraggio della situazione creatasi a seguito dell’ingresso in Italia del minore, prendendo conoscenza  -ad esempio- di un eventuale  stato di abbandono del minore stesso.

A questo punto viene meno ogni ragione per escludere dalla kafala  i cittadini italiani. Sarà- se mai l’autorità straniera a non accordare la kafala  a cittadini italiani non di religione islamica (o che non garantiscano l’educazione islamica del minore); ma questa  differenziazione di trattamento avviene nell’ambito di  un ordinamento diverso da quello Italiano e dunque non lede il principio di laicità del nostro Stato.

La legge di recepimento della citata convenzione dell’Aja costituisce anche l’  occasione per meglio definire  i reciproci rapporti fra tutelante e tutelato nell’ambito del diritto italiano.

Del resto, l’applicazione dell’istituto del “ricongiungimento familiare” comporta necessariamente  la presa d’atto della circostanza che la  kafala  crea fra tutelante e tutelato un qualche rapporto familiare; altrimenti non avrebbe senso consentire l’ingresso in Italia di un minore che si reca  a convivere con persona  a lui del tutto estranea.

Appare quindi opportuno stabilire –quanto meno- che chi   accoglie il minore esercita le funzioni tutorie in suo favore (superando le difficoltà emerse ad esempio con la sentenza della Cassazione n. 21395 del  4 novembre 2005 che ha escluso la possibilità di promuovere opposizione allo stato di adottabilità).

Perciò il  Comitato per l’Islam italiano   afferma  l’ opportunità

che –nella della legge di recepimento della Convenzione dell’Aja del  19 ottobre 1996 – venga emanata  una disciplina degli effetti della kafala  nell’ambito del diritto italiano;

che tale legge – nel rispetto delle peculiarità dell’istituto- assicuri la massima tutela del minore (specie quando sia in stato di abbandono) e ne garantisca la permanenza in Italia, per la durata dell’affidamento,  in base alle medesime regole che disciplinano il diritto di permanenza dell’affidatario (eventualmente dopo un primo permesso di durata biennale).

Poiché   non tutti i Paesi Islamici aderiscono alla citata Convenzione dell’Aja, appare infine    auspicabile che il legislatore italiano  preveda che controlli analoghi a quelli  istituiti per gli  affidamenti disposti negli Stati aderenti, vengano esplicati anche in caso di affidamento mediante kafala di minori che non provengano da Paesi che hanno sottoscritto la Convenzione.