NIENTE FIORI PER NOZZE GAY? NON PUOI FARE IL FIORISTA

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Ripubblichiamo un articolo di Massimo Introvigne apparso il 25 febbraio 2015 su La nuova Bussola quotidiana, quotidiano online.

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Qualche settimana fa il nostro giornale ha segnalato la proliferazione in diversi Paesi di casi giudiziari in cui attivisti LGBT ordinano a pasticcieri cristiani una torta decorata con riferimenti a un matrimonio gay e, in caso di rifiuto, li denunciano chiedendo danni milionari (leggi qui). In quell’occasione segnalavamo anche l’attesa per la sentenza nello Stato americano di Washington sul caso Arlene’s Flowers, che coinvolgeva  problemi giuridici molto interessanti e rilevanti anche per l’Italia. 

Il giudice della Corte Superiore dello Stato di Washington ha ora reso la sua decisione (leggi qui il testo completo), formalmente datata 18 febbraio ma pubblicata il 24 febbraio. È un piccolo trattato di sessanta pagine, che mostra la micidiale combinazione prodotta dalla coesistenza fra leggi sull’omofobia e leggi sul «matrimonio» omosessuale, con conseguenze gravissime per la libertà religiosa e per la libertà di espressione.

Non è proprio una lettura leggera, ma la sentenza va letta tutta, non fidandosi dei riassunti sui media degli Stati Uniti. Le sue premesse giuridiche sono due. In primo luogo, lo Stato di Washington ha una legge contro le discriminazioni (WLAD, Washington Law Against Discrimination), che è stata modificata per includere le discriminazioni fondate sull’omofobia: esattamente il tipo di intervento legislativo che ha proposto in Italia l’onorevole Scalfarotto. Secondo: nel 2012 lo Stato di Washington ha introdotto il «matrimonio» fra persone dello stesso sesso.

I fatti risalgono al 2013. Arlene’s Flowers è un negozio di fiori a Richland, nello Stato di Washington, gestito da Barronelle Stutzman, una madre e nonna di famiglia attiva nella comunità protestante dei Battisti del Sud, la più grande denominazione protestante degli Stati Uniti. È, per ammissione dei suoi stessi oppositori, un’artista del suo ramo, che non si limita a vendere fiori ma li dispone in creazioni fantasiose e originali. Per giunta la Stutzman impone ai suoi dipendenti un codice anti-discriminazione, dove spiega che nel suo negozio tutti sono i benvenuti, indipendentemente dalla religione, dal colore della pelle, dalle idee e dai comportamenti privati. In effetti Robert Ingersoll, noto alla Stutzman come omosessuale, è stato per anni un eccellente cliente del negozio, ancorché i Battisti del Sud siano contrari a ogni tipo di pratica omosessuale.

Nel 2013 Ingersoll ha annunciato alla Stutzman che stava per sposare il suo compagno, e le ha chiesto un arrangiamento floreale speciale per il matrimonio. La Stutzman gli ha spiegato che la sua fede – e anche le regole dei Battisti del Sud, un cui documento vieta ai fedeli ogni cooperazione a «matrimoni» omosessuali – le proibivano di aderire alla sua richiesta. Peraltro, la Stutzman sarebbe stata lieta di fornire a Ingersoll i fiori, ma senza bande o segni specifici riferiti al matrimonio.

Benché la Stutzman considerasse Ingersoll un amico, quest’ultimo – senza dubbio incitato dalle associazioni LGBT – le ha fatto causa, e si è rivolto anche al procuratore generale dello Stato di Washington, che ha promosso un’azione contro la fiorista, autonoma nell’origine rispetto a quella di Ingersoll ma ora decisa insieme.

La sentenza stabilisce che la Stutzman non può rifiutarsi di preparare creazioni floreali specificamente destinate a un matrimonio omosessuale e decorate con bandiere o festoni che lo indichino. Diversamente, viola la legge dello Stato di Washington contro l’omofobia. A causa del rifiuto, deve pagare le spese del complesso giudizio e risarcire i danni a Ingersoll, al suo compagno e allo Stato, il che significa molto semplicemente che dovrà chiudere bottega, a meno di riuscire a rovesciare la sentenza in appello.

C’è un punto chiave della sentenza che è sfuggito a molti commentatori, e che introduce nel caso un elemento diverso rispetto a quelli relativi alle torte e anche al precedente – che cita quindici volte e di cui tiene ampio conto – della sentenza del 22 agosto 2013 della Corte Suprema del New Mexico, di cui avevamo puntualmente informato i nostri lettori (leggi qui), in cui una fotografa artistica cristiana era stata condannata per essersi rifiutata di fotografare il matrimonio di due lesbiche.

Il passaggio decisivo – e molto pericoloso – della sentenza dello Stato di Washington afferma che «la sera del 5 novembre 2012 non c’era conflitto fra la legge dello Stato di Washington contro l’omofobia e le convinzioni battiste della signora Stutzman. Il mattino dopo nello Stato era entrata in vigore la legge sul matrimonio omosessuale e si era creato un insanabile conflitto fra il comportamento religiosamente motivato della signora Stutzman e le leggi dello Stato di Washington».

Questo punto è importante anche per l’Italia. Esattamente come la legge anti-omofobia dello Stato di Washington, il DDL Scalfarotto in Italia vuole punire la discriminazione e l’incitamento alla discriminazione basati su pregiudizi anti-omosessuali (la differenza semmai è che con il DDL italiano non si perde solo il lavoro come nello Stato di Washington ma si va anche in prigione).

La domanda è se opporsi al «matrimonio» omosessuale costituisca espressione di omofobia. La Corte dello Stato di Washington si rende conto di quanto sia delicata la questione dal punto di vista della libertà religiosa. E risponde dunque che tutto dipende dalle leggi. Fino a quando lo Stato non si era dotato di una legge che introduce il «matrimonio» omosessuale, cioè nello Stato di Washington fino alla sera del 5 novembre 2012, anche in presenza di una legge contro l’omofobia, si poteva – entro certi limiti – dichiararsi contrari con le parole e con i fatti a questi «matrimoni». Ma dal momento in cui lo Stato introduce il «matrimonio» omosessuale la definizione di omofobia, che è dinamica, cambia, e così dalla mattina del 6 novembre 2012 un comportamento che avrebbe potuto essere ammissibile fino alla sera prima diventa illegale ed espone alla rovina economica.

Ma così, ci si può chiedere, non si viola la libertà religiosa? La sentenza cita la giurisprudenza americana secondo cui lo Stato può limitare la libertà religiosa quando ha da difendere un suo interesse fondamentale prevalente. È la teoria del «compelling interest». Secondo il giudice, quello di difendere la sua legge sul «matrimonio» omosessuale e gli omosessuali dalle discriminazioni è per lo Stato di Washington un «interesse imperativo» che prevale sulla libertà religiosa.

Ormai la giurisprudenza di un Paese influenza tutti gli altri, specie se il Paese sono gli Stati Uniti. C’è da aspettarsi, e da temere, che la sentenza avrà una sua carriera, e che anche in Italia se ne considererà con interesse il punto centrale: che la nozione di omofobia non è fissa ma dinamica, che cambierà con i cambiamenti delle leggi sulle unioni omosessuali, e che se forse non è omofobo chi critica queste leggi allo stato di progetto diventerà omofobo chi le criticherà dopo che saranno state approvate.