PROCEDURA DI IMPEACHMENT PER GIUDICE USA CHE NON AFFIDA UNA BAMBINA A UNA COPPIA DI LESBICHE

Pubblichiamo il commento del prof. avv. Francesco Farri a una vicenda di adozione same sex che ha interessato un giudice dello Utah (USA).
 
Il Servizio Sociale dello Stato dello Utah aveva ritenuto la coppia lesbica formata da Beckie Peirce e April Hoagland, unita in matrimonio, legittimata ad accogliere un bambino in adozione. In conseguenza di ciò, una bambina di 9 mesi era stata assegnata alla coppia lesbica. Nel proseguimento del procedimento di adozione, tuttavia, il Giudice dei Minori Scott Johansen, laureato presso l’università mormone dello Utah, ha ordinato di collocare la bambina piuttosto presso una famiglia (eterosessuale), osservando che – sulla base degli studi scientifici dal medesimo consultati – i bambini crescono meglio nelle famiglie (eterosessuali) piuttosto che in contesti omosessuali.
La decisione ha scatenato il finimondo. Tra gli altri, è intervenuto il Governatore dello Stato dello Utah, ordinando investigazioni sul giudice e sostenendo che il giudice deve applicare la legge anche se non la condivide: “we don’t want to have activism on the bench in any way, shape or form“. La coppia lesbica ha ricusato il giudice. Le associazioni militanti LGBT hanno inoltrato formali richieste affinché sia avviato il procedimento di impeachment del giudice. Gli psicologi americani hanno ribadito che, secondo la loro posizione ufficiale, non vi sono differenze per i bambini tra crescere in famiglie (eterosessuali) e crescere in contesti omosessuali.
In conseguenza di ciò, il giudice Johansen ha dapprima ritirato il proprio provvedimento, consentendo che la bambina fosse “restituita” alla coppia lesbica, e ha poi deciso di astenersi dalla prosecuzione della trattazione del caso che, quindi, verrà trattato per il prosieguo da altro giudice. Queste decisioni sono state accolte con favore dai precedenti detrattori i quali, comunque, hanno fatto sapere di intendere proseguire nelle iniziative di indagine e di impeachment avviate, affinché il giudice sia definitivamente rimosso dall’incarico.
Questa vicenda ha diversi insegnamenti da comunicare.
Il primo, strettamente giuridico, è la evidente fallacia e inadeguatezza dei sistemi di common law: l’attivismo giudiziario è esaltato o deprecato (come fatto nella specie dal Governatore dello Utah) a seconda delle preferenze dell’interprete.
Il secondo è che, per un’opinione americana, l’orientamento religioso del giudice dovrebbe obbligarlo ad astenersi dal trattare casi religiosamente sensibili. Osservazione, questa, che di giuridico non ha assolutamente alcunché e che, comunque, non potrebbe mai essere applicata in Italia, dove le cause di astensione obbligatoria sono tipizzate dalla legge e non comprendono in alcun modo situazioni neppure lontanamente assimilabile a quella paventata nella specie e da taluni suggerita anche in Italia in un recente caso venuto alla ribalta della cronaca. Infatti, l’art. 51, comma 1 c.p.c. obbliga il giudice ad astenersi – a parte i casi di rapporti personali con le parti – soltanto quando abbia “interesse nella causa”: nozione, questa, la quale non può che intendersi (ed è sempre stata intesa) come vantaggio concreto allo stesso modo di come viene intesa negli artt. 100 e 105, comma 2 c.p.c., e non certo come opinione dottrinale, filosofica o ideale. Nei casi di altre “ragioni di convenienza”, invece, l’astensione è in Italia meramente facolatativa e incoercibile.
Il terzo insegnamento è quello per cui, in materie eticamente sensibili, almeno il diritto all’obiezione di coscienza deve essere riconosciuto: cosa che, peraltro, nella specie non appare direttamente messa in discussione, pur se per un magistrato pone ulteriori seri problemi.