TORINO, QUANTO L’ARTE DIVENTA INTOLLERANTE

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Articolo di Massimo Introvigne, apparso il 3 settembre 2014 su La nuova Bussola Quotidiana, quotidiano online.

L’8 settembre si apre a Torino la «Mostra Internazionale d’Arte LGBTE» LGBTE significa «La Grande Battaglia Trova Esito» ma ovviamente le prime quattro lettere indicano il movimento LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender). Il manifesto per la mostra, realizzato dal fotografo e artista torinese Maurizio Pinotti, rappresenta una donna grassa e nuda che calpesta un’immagine religiosa, con la scritta S.A.L.I.G.I.A. che vorrebbe riassumere le iniziali dei sette vizi capitali: superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia. I protagonisti dell’esposizione non saranno grandi artisti, ma dimostrano, come si vede, un’autentica creatività con le sigle.

L’opposizione di centrodestra, per quanto ridotta al lumicino dopo le ultime elezioni regionali, ha trovato ancora un po’ di voce per protestare, poiché la mostra avrebbe dovuto essere patrocinata dalla Città di Torino. Il consigliere Maurizio Marrone (Fratelli d’Italia), uno dei pochissimi rimasti a difendere quelli che in altra stagione si chiamavano principi non negoziabili, accusa: «Ecco la nuova frontiera dell’arte omosessuale che il Comune di Torino ha ritenuto di voler promuovere con il patrocinio della Città. Le lobby gay non pensino di godere di una licenza di offendere la sensibilità altrui, soprattutto quella cristiana in un momento storico di feroci e cruente persecuzioni subite per la fede in quelle immagini sacre così oltraggiate dalla cosiddetta arte LGBT». Pinotti e compagni ovviamente rispondono invocando la libertà di espressione artistica.

Ieri la Città di Torino ha ritirato il patrocinio alla mostra. Lo ha annunciato l’assessore comunale alla Cultura, Maurizio Braccialarghe. «Prima di dare il patrocinio alle iniziative valutiamo la serietà dei progetti presentati – ha detto -. In questo caso, nessun elemento inviatoci poteva far pensare all’utilizzo di un’immagine che riteniamo lesiva della sensibilità di molti. Dopo aver visto la locandina – conclude Braccialarghe – oggi la Giunta, all’unanimità, ha deciso di revocare il patrocinio all’evento».

Sono molto sensibile al tema, perché il conflitto tra la libertà religiosa e la libertà dell’arte mi ha spesso occupato quando nel 2011 sono stato Rappresentante dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) per la lotta al razzismo, alla xenofobia e all’intolleranza e discriminazione contro i cristiani e i seguaci di altre religioni. Nella riunione finale dei Ministri degli Esteri dell’OSCE del 5-6 dicembre 2011 a Vilnius, mons. Dominique Mamberti, allora come ora sotto-segretario di Stato vaticano per i rapporti con gli Stati, aveva lodato «l’opera eccezionale» svolta dal dicastero di cui ero responsabile nel corso del 2011 e si era riferito in particolare al vertice organizzato a Roma il 12 settembre 2011 sui crimini di odio contro i cristiani, definendolo «un evento positivo e incoraggiante».

Il vertice di Roma ha introdotto un modello che mostra come l’attacco ai cristiani procede secondo la logica del piano inclinato secondo tre passaggi: intolleranza, discriminazione, crimini di odio. Il modello si riferisce alla cristianofobia, ma vale ovviamente anche per altri casi di «spirale dell’intolleranza», per esempio gli attacchi agli ebrei o ad altre minoranze etniche o religiose. Il primo stadio, l’intolleranza, è un fenomeno culturale: un gruppo è messo in ridicolo attraverso stereotipi, rappresentato come malvagio, corrotto, un ostacolo alla felicità e al progresso, insomma, qualcosa che va messo sotto i piedi e calpestato.

Nel modello di Roma, l’intolleranza è presto seguita dalla discriminazione, un atto giuridico. Se un’organizzazione o gruppo è malvagio, è logico colpirlo con le leggi. Infine, se neanche le leggi funzionano, qualcuno si fa giustizia da sé ricorrendo alla violenza: sono i crimini di odio e le persecuzioni.

Nel cosiddetto modello di Roma l’intolleranza è cruciale non perché è il punto di arrivo ma perché è il punto di partenza. E talora anche l’arte può diventare strumento di intolleranza. La libertà di espressione artistica è importante, e non tutte le opere d’arte che criticano le religioni sono intolleranti. Ma alcune certamente lo sono: pochi negherebbero che l’arte anti-ebraica promossa dal regime nazista fosse uno strumento al servizio dell’intolleranza. Non si contano le opere d’arte moderna dove gli artisti esprimono una posizione critica sulla religione, ma alcune passano il segno perché sono «puramente» offensive, e non hanno neppure un reale valore artistico. È il caso del famoso «Piss Christ» di Andres Serrano, del 1987. In quel caso Serrano comprò un crocifisso in un negozio, lo sommerse con la sua urina e lo fotografò. Dov’è in questo caso un valore artistico indipendente dalla pura provocazione anticristiana?

Nel 2004 l’artista comunista argentino Léon Ferrari (1920-2013) espose a Buenos Aires sotto il titolo «Altre bestie» opere dove paragonava san Giovanni Paolo II (1920-2005), allora Pontefice, e lo stesso Gesù Cristo alle scimmie. Ferrari, le cui opere sono state esposte in prestigiosi musei, aveva certamente delle credenziali artistiche, ma anche in questo caso era difficile ritrovare nelle opere – semplici statuine messa una accanto all’altra – un valore estetico scindibile dalla provocazione contro il Papa e i cristiani. L’attuale Pontefice, l’allora arcivescovo di Buenos Aires cardinale Bergoglio, non si limitò a protestare sul piano culturale ma si rivolse ai tribunali argentini definendo le opere «blasfeme» e «una vergogna». Ottenne soddisfazione, con un provvedimento d’urgenza che fermò la mostra, anche se questo non fu poi confermato nel giudizio di merito.

Ripetiamolo, la libertà degli artisti è un valore. Ma, esattamente come oggi nessuno invocherebbe la libertà artistica per giustificare le opere naziste che mostravano gli ebrei schiacciati sotto i piedi della razza ariana trionfante, così è difficile trovare nel manifesto di Pinotti un valore estetico autonomo – quello che i tribunali americani chiamano «redeeming value» – capace di «redimere» una provocazione anticristiana gratuita, aggressiva e volgare. Un’arte che vorrebbe promuovere la tolleranza si risolve così in una semplice, ennesima manifestazione di intolleranza LGBT contro la religione.