TRENTO SI INVENTA L’EMERGENZA OMOFOBIA: PRONTA LA LEGGE

omofobia

Articolo di Massimo Introvigne, apparso il 20 settembre 2014, su La nuova Bussola Quotidana, quotidiano online.

È in corso al consiglio della Provincia autonoma di Trento – che, insieme a quella di Bolzano e a differenza delle altre province italiane, ha poteri legislativi – un’accesa discussione su un disegno di legge intitolato “Interventi di contrasto delle discriminazioni determinate dall’orientamento sessuale, dall’identità di genere o dall’intersessualità”. La Provincia di Trento è retta da una maggioranza di centro-sinistra, di cui fanno parte anche gli autonomisti del Partito Autonomista Trentino Tirolese (Patt), di origini cattoliche anche se passato attraverso varie vicissitudini. Il disegno di legge – comunemente definito legge provinciale sull’omofobia – è sostenuto anche dal Movimento 5 Stelle, che è all’opposizione, mentre vi si oppongono la Lega Nord, la lista Civica Trentina – che rappresenta una forma di autonomismo contraria all’alleanza con la sinistra – e il consigliere del gruppo misto Massimo Fasanelli. Voci discordi invece in Forza Italia, dove c’è chi si oppone alla legge perché distrae rispetto alle vere priorità del lavoro e dell’occupazione, senza criticarla nel merito.

Contro la legge «che non unisce, ma divide» e che «promuove ufficialmente l’ideologia del gender» era sceso in campo anche l’arcivescovo di Trento monsignor Luigi Bressan. Il suo intervento aveva determinato qualche mal di pancia nel Patt e nella stessa Unione per il Trentino (Upt), il partito del presidente della Provincia Lorenzo Dellai, il quale riunisce la parte cattolico-democratica della vecchia Margherita che non aveva voluto confluire nel Pd, pur rimanendo sua alleata. Come risultato, al disegno di legge originario sono stati apportati alcuni emendamenti, in seguito ai quali – affermando che gli emendamenti li «tranquillizzano» – anche Patt e Upt sono rientrati nei ranghi ed è ora probabile che la legge sia approvata nei prossimi giorni.

La legge, però, non va bene neppure con gli emendamenti. Rappresenta un cedimento della politica alle pressioni della lobby Lgbt e ha un rilievo nazionale, di sostegno al ddl Scalfarotto sull’omofobia attualmente fermo ai box dopo le grandi proteste popolari che ha suscitato e continua a suscitare. Il dibattito consiliare di questi giorni a Trento ha anche elementi surreali e assurdi. Sentiamo affermare in aula che la legge è necessaria perché Trento deve dare un segnale dopo il caso di «omofobia» di una scuola cattolica trentina che avrebbe licenziato un’insegnante perché lesbica. Come sanno i lettori del nostro giornale, la notizia era una bufala montata ad arte, nessuna insegnante è stata licenziata e la gentile signora in questione, che aveva un contratto a termine, semplicemente non è stata riassunta, sorte che in questi tempi di difficoltà economiche ha condiviso nella stessa scuola con numerosi colleghi non omosessuali.

Si è detto anche nel dibattito che alcuni giovani di Trento sono in prigione per aver picchiato degli omosessuali o dei disabili. A parte i disabili, che non c’entrano con la legge sull’omofobia, il fatto che siano in prigione è precisamente la prova che chi picchia un omosessuale, come chiunque altro, è già punito dalle leggi in vigore – con l’applicazione di un’aggravante, se agisce per «motivi abietti» – e che per colpire questi violenti, le cui azioni sono certamente da deprecare, non sono necessarie leggi speciali. A che serve allora la legge trentina sull’omofobia? Non a punire chi picchia, aggredisce o minaccia gli omosessuali, che è già punito dalle leggi nazionali in vigore. Serve a organizzare la propaganda all’ideologia di genere, esplicitamente richiamata nel testo della legge, in una parte che non è stata oggetto di emendamenti. La Provincia di Trento si impegnerà a diffonderla nelle scuole, nei corsi per i suoi funzionari e gli operatori sanitari, dovunque, minacciando anche di sanzioni aggravate i suoi dipendenti che si ribellassero e «discriminassero» gli omosessuali.

Su quest’ultimo punto, è vero che uno dei famosi emendamenti sostituisce alla sanzione per la discriminazione di genere una sanzione per le discriminazioni citate dall’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Ma siccome l’Unione Europea interpreta l’art. 21 includendovi le discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale, ecco che l’emendamento ha una funzione meramente cosmetica. Non che la battaglia del vescovo e delle opposizioni non abbia dato risultati, il che conferma che queste battaglie vanno fatte anche quando si è in minoranza e non sono mai inutili. Gli emendamenti hanno eliminato il coinvolgimento obbligatorio delle associazioni Lgnt nella propaganda provinciale, hanno sostituito in diversi articoli della legge l’espressione secondo cui la Provincia «propone» anziché «attua» o «promuove» l’educazione al gender nelle scuole e del personale sanitario – se è una proposta, i dirigenti scolastici e ospedalieri dovrebbero poterla rifiutare – e hanno eliminato la norma, che aveva suscitato un vero putiferio, secondo cui, aiutando le persone a rischio di discriminazione in sede di assunzioni e lavoro, la Provincia avrebbe promosso «in particolare le persone transessuali e transgender». Sono correzioni positive, e non si può escludere che in aula altri emendamenti migliorativi riescano a passare.

Il problema però è di fondo. La legge afferma fin dall’articolo 2 di volere promuovere l’«identità di genere», cioè «la percezione di sé come maschio o femmina o in una condizione non definita» come libera scelta che prescinde dal dato biologico. È precisamente la definizione dell’ideologia del gender. Le Province, anche autonome, non hanno di per sé il potere di mettere in prigione nessuno, ma il tono della legge resta minaccioso e fa capire che chi non si adegua all’ideologia del gender, come si dice, «passerà dei guai». La propaganda dell’ideologia forse non sarà imposta nelle scuole o altrove con minaccia di sanzioni, ma sarà comunque organizzata dalla provincia con tutta la sua autorevolezza e capacità di persuasione. Anche se la legge non le richiama più esplicitamente, è facile prevedere che saranno le associazioni Lgbt a gestire questa propaganda, perché chi altro è attrezzato e organizzato per farlo?

Tutto questo non può essere accettato. Avere imposto qualche emendamento che attenua le disposizioni più draconiane e liberticide rappresenta una vittoria parziale. Ma sarebbe un peccato se chi, nella sfera politica come in quella religiosa, si è opposto con coraggio alla legge si accontentasse di questa vittoria parziale. Si è vinta una battaglia, ma l’ideologia del gender ha dichiarato guerra alla società, alla famiglia, alla Chiesa e al buon senso, e la guerra – che è stata dichiarata dagli ideologi del genere, non certo da chi è costretto a difendersi e a resistere – continua. Trento ne è diventato un teatro importante.