UNIONI CIVILI: LA STRADA APERTA ALLE ADOZIONI OMOSESSUALI

Articolo di Massimo Introvigne apparso oggi su Il Mattino di Napoli.

 

I senatori PD che esultano per l’approvazione da parte della Commissione Giustizia del Senato del DDL Cirinnà sulle unioni civili affermano che una larga maggioranza degli italiani è favorevole alla legge. Ma non è proprio così. Da sociologo, so bene che le risposte ai sondaggi dipendono dalle domande. Se si chiede agli italiani se sono favorevoli a che i conviventi, anche dello stesso sesso, possano visitare i loro partner in ospedale e in carcere, subentrare nel contratto di locazione al convivente defunto, godere di una serie di tutele patrimoniali e amministrative, è vero: la maggioranza risponde di sì. Trovo queste tutele ragionevoli anch’io, e infatti sono tra i proponenti di un testo unico alternativo, presentato in Senato dal senatore Sacconi, che elenca e coordina questi diritti, già disseminati nelle leggi in vigore.

Se si chiede agli italiani se sono favorevoli al «matrimonio» omosessuale, il Paese è spaccato in due. Soprattutto, la maggioranza è contraria all’adozione di bambini da parte di coppie dello stesso sesso, e ancora più alla pratica dell’«utero in affitto», dove il seme di un uomo, spesso uno dei partner in una convivenza omosessuale,  feconda un ovulo che è poi impiantato in una «donatrice» – in genere una povera donna dell’Est Europeo o dell’Asia, remunerata con pochi soldi – cui il piccolo è sottratto subito dopo il parto. A questa pratica sono contrari anche intellettuali di sinistra e femministe, che hanno firmato in Francia e altrove manifesti di protesta.

Ci si dice che l’opinione della maggioranza degli italiani è stata rispettata. Il DDL Cirinnà introduce l’istituto delle unioni civili fra persone dello stesso sesso, ma con tre limitazioni: non le chiama matrimoni, non prevede le adozioni e non apre all’utero in affitto. Ma anche qui non è proprio così. Cominciamo dal nome. La rinuncia a parlare di «matrimonio» è strumentale, e serve a lucrare qualche voto in più quando il DDL arriverà in aula. Cattivi pensieri di qualche omofobo? No, dichiarazione a Repubblica del 16 ottobre 2014 del padre spirituale della legge, il sottosegretario Scalfarotto: «L’unione civile non è un matrimonio più basso, ma la stessa cosa. Con un altro nome per una questione di realpolitik». L’espressione «unioni civili» viene dall’Inghilterra, dove la civil union per gli omosessuali, uguale al matrimonio in tutto tranne che nel nome, fu introdotta nel 2004. Quando nel 2013 alle «unioni civili» inglesi fu cambiato nome in «matrimoni» la maggioranza degli inglesi se ne accorse a stento, perché pensava che il matrimonio omosessuale ci fosse già. Anche la stampa si era stufata di scrivere che il signor Smith e il signor Jones si erano «civiluniti» e aveva cominciato a scrivere semplicemente che si erano sposati.

Il nome «unioni civili» non è neutro. Non ci sono le adozioni? Ma è come se ci fossero. Perché i giudici europei hanno stabilito che, se un Paese introduce «unioni civili» fra omosessuali sostanzialmente uguali al matrimonio, in base al principio di eguaglianza è tenuto a introdurre anche l’adozione. Lo stabilisce la sentenza X e altri contro Austria del 19 febbraio 2013, che impone all’Austria di introdurre le adozioni, che nelle sue unioni civili non c’erano. Attenzione, hanno scritto i giudici di Strasburgo, l’Europa «non impone agli Stati l’obbligo di aprire il matrimonio alle coppie omosessuali». Se però uno Stato lo apre, è tenuto a includere anche all’adozione. E non importa se anziché di matrimonio la legge austriaca parla di unione civile: se due conviventi di sesso diverso possono adottare, l’uguaglianza impone di estendere l’adozione anche alle coppie omosessuali.

Non è neppure vero che il DDL Cirinnà escluda le adozioni. Le permette nel caso della cosiddetta stepchild adoption, dove il figlio biologico di uno dei due «civiluniti» dello stesso sesso è adottato dalla coppia. Da una parte, si alza qui un’ulteriore schiacciata ai giudici, italiani prima ancora che europei, per estendere l’adozione ad altre ipotesi per via giudiziaria. Ma soprattutto si apre, senza dirlo, all’utero in affitto. Perché il signor Rossi andrà in India, «produrrà» un bambino in una clinica della fecondazione artificiale, pagherà quattro soldi una «donatrice» indiana che lo porti nel suo grembo e lo partorisca. A parto avvenuto, non terrà nessun conto delle eventuali proteste della madre che si fosse nel frattempo affezionata al bambino, per non parlare del pianto disperato del bambino stesso strappato alla mamma, e se lo porterà in Italia come «figlio biologico». Qui si sposerà, pardon si «civilunirà», con il suo partner signor Bianchi, e avrà pieno diritto ad adottare il bimbo. Si scrive «stepchild adoption», si legge utero in affitto.

In conclusione, un messaggio ai senatori quando dalla commissione il DDL approderà in aula. Siete favorevoli al matrimonio omosessuale, completo di adozioni e utero in affitto? Votate a favore. Siete favorevoli a ragionevoli diritti e doveri dei conviventi omosessuali ma non volete il matrimonio, o almeno non volete adozioni, uteri in affitto e donne indiane in lacrime? Votate contro, o almeno evitate la «realpolitik» di Scalfarotto, ammettendo francamente che state abbattendo l’ultima barriera che ci separa dalle adozioni omosessuali e dall’utero in affitto.